Sharon Verzeni, processo a Moussa Sangare: l'imputato lascia l'aula e si proclama innocente

L’udienza a Bergamo si è chiusa con un gesto inatteso dell’imputato e con una richiesta netta della difesa: assoluzione o, in alternativa, una pena ridotta senza aggravanti per l’omicidio di Sharon Verzeni.

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L’avvocato Giacomo Maj ha chiesto alla Corte d’Assise di Bergamo l’assoluzione di Moussa Sangare per non aver commesso il fatto. In subordine, ha sollecitato il riconoscimento delle attenuanti generiche e l’esclusione delle aggravanti, a partire da quella della premeditazione.

Durante l’arringa difensiva, il 31enne ha abbandonato l’aula prima della conclusione, chiedendo di essere riaccompagnato in cella. Secondo il suo legale, la decisione sarebbe legata allo stato di forte tensione maturato dopo oltre un anno di detenzione e alla possibile incomprensione di alcune parole ascoltate in udienza.

Sangare ha sempre sostenuto la propria estraneità ai fatti sin dall’inizio del processo, avviato lo scorso marzo. Questa posizione è alla base della richiesta di assoluzione presentata dalla difesa.

Le dichiarazioni rilasciate nell’estate del 2024 restano però uno dei nodi centrali del procedimento. Fermato un mese dopo l’omicidio della 33enne, avvenuto a Terno d’Isola, l’imputato aveva confessato tre volte di aver colpito Sharon senza un motivo preciso, parlando di un impulso a fare del male.

Successivamente, quelle ammissioni sono state ritrattate. Sangare ha spiegato al suo avvocato di essersi sentito spinto dalle circostanze, dalla stanchezza e dal desiderio di porre fine alla situazione, dichiarando di aver detto ciò che riteneva gli investigatori volessero sentirsi dire.

Nonostante la proclamata innocenza, l’imputato è consapevole della possibilità di una condanna nella prossima udienza, fissata per il 19 gennaio. In tale eventualità, la difesa chiede l’applicazione della pena minima prevista.

Il legale ha motivato la richiesta richiamando la perizia, la storia personale e familiare di Sangare, la sua condizione economica, la tossicodipendenza e l’assenza, a suo avviso, di un progetto omicida.

Oltre alla premeditazione, l’avvocato ha chiesto l’esclusione delle aggravanti della minorata difesa e dei futili motivi, contestate dall’accusa che ha domandato l’ergastolo.

Secondo la difesa, parlare di motivo futile presuppone l’esistenza di una causa sproporzionata rispetto all’evento, mentre in questo caso non emergerebbe alcun movente riconoscibile. Un’argomentazione che punta a ridimensionare l’impianto accusatorio in vista della decisione della Corte.

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