Cronista contestata al corteo Pro Pal di Milano: Mi sono sentita estranea nella mia città
Milano, una manifestazione Pro Pal e una giornalista costretta ad andarsene tra insulti e cori ostili. Il racconto di una cronista che parla di paura, isolamento e di un lavoro diventato improvvisamente pericoloso.
“Chiunque dovrebbe poter lavorare senza temere per la propria sicurezza”. Con queste parole Giulia Sorrentino, cronista di un quotidiano nazionale, descrive l’episodio vissuto durante una manifestazione Pro Pal nel capoluogo lombardo.
La giornalista racconta di essere arrivata al punto di ritrovo come fanno abitualmente i reporter: osservare, prendere nota, capire il clima. Dopo pochi minuti, però, la sua presenza viene segnalata pubblicamente da uno degli attivisti con il microfono, impegnato in cori per la liberazione di Hannoun.
Leggi anche Cartello contro Segre in corteo pro Pal di Milano - procura indaga per odio razziale
Da quel momento l’atmosfera cambia. Sguardi ostili, commenti sprezzanti, persone che si avvicinano alla polizia per chiedere che venga allontanata. Poco dopo partono i cori: “Fuori i sionisti dalla piazza”, urlati mentre la fissano direttamente.
Con l’avvio del corteo Pro Pal, la folla si compatta e si stringe attorno a lei. Le distanze si riducono, la tensione cresce. La cronista sottolinea di non aver pronunciato una sola parola: stava semplicemente osservando, riconosciuta per il suo lavoro sul conflitto palestinese.
La decisione di andarsene diventa inevitabile. Avvisa immediatamente la redazione e riceve, racconta, pieno sostegno dal direttore e dai colleghi. Sul piano professionale si sente tutelata; sul piano personale, invece, descrive una sensazione di estraneità in una città che considera casa.
Resta l’incomprensione verso piazze che parlano di pace ma reagiscono con aggressività verso chi non disturba. E resta l’amarezza per una libertà di stampa che, in certi contesti, appare sempre più fragile. “Non possiamo raccontare la realtà restando dietro uno schermo”, afferma, chiedendosi infine perché, su quanto accaduto, alcune voci del mondo femminista restino in silenzio.