Meloni su sicurezza, giustizia e riforme: linea dura contro baby gang e scontro con le toghe

Giorgia Meloni traccia le priorità del governo tra sicurezza, giustizia e riforme, difende la maggioranza, risponde alle polemiche sulla magistratura e chiarisce le prossime mosse su referendum, legge elettorale e politica estera.

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Meloni su sicurezza, giustizia e riforme: linea dura contro baby gang e scontro con le toghe

La conferenza stampa di inizio anno ha permesso a Giorgia Meloni di delineare la rotta dell’esecutivo sui principali dossier di politica interna. Sicurezza e crescita restano i pilastri dell’agenda, in vista di un anno che la premier definisce decisivo per cambiare passo dopo una lunga fase di inerzia.

Rivendicando i risultati ottenuti, la presidente del Consiglio ha riconosciuto che il lavoro non è ancora sufficiente. L’obiettivo è rafforzare gli strumenti di contrasto alla criminalità, con interventi mirati contro le baby gang, considerate una delle emergenze più urgenti.

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Tra le misure allo studio figurano il divieto di porto di armi da taglio, aggravanti per chi agisce con il volto coperto, lo stop alla vendita ai minori anche online e sanzioni per i genitori responsabili. Un pacchetto che, nelle intenzioni del governo, dovrebbe incidere in modo concreto sulla prevenzione.

Il tema della sicurezza è stato collegato direttamente a quello della giustizia. Meloni ha chiesto una collaborazione piena tra istituzioni, sottolineando che senza una linea condivisa si rischia di rendere inutile l’impegno di Parlamento e forze dell’ordine.

Nel suo intervento ha citato episodi di cronaca per evidenziare le difficoltà operative, ribadendo che alcune decisioni giudiziarie finiscono per indebolire l’azione di contrasto ai reati. Da qui la critica alle toghe, accompagnata però dal rifiuto di qualsiasi accusa di delegittimazione.

Particolarmente duro il passaggio sulla campagna dell’Anm contro il referendum sulla giustizia. Secondo la premier, le posizioni espresse dall’associazione non riflettono il contenuto reale della riforma, che ridurrebbe il peso della politica nella composizione del Csm.

Per la consultazione referendaria, Meloni ha indicato come finestra più probabile il 22 e 23 marzo, precisando che la decisione definitiva spetterà al Consiglio dei ministri. Ha escluso forzature e parlato di polemiche a carattere dilatorio.

Spazio anche alla riforma della legge elettorale, con l’apertura a un confronto ampio con le opposizioni. L’obiettivo dichiarato è arrivare a un sistema condiviso, ma senza escludere il voto a maggioranza se il dialogo dovesse arenarsi.

Il modello proposto dal centrodestra, un proporzionale con premio di maggioranza, viene presentato come uno strumento per garantire stabilità e governabilità. Meloni ha sostenuto che una simile riforma potrebbe favorire anche l’opposizione, rendendo la competizione più aperta.

Al centro, secondo la premier, deve tornare il ruolo degli elettori, affinché chi ottiene più consensi possa governare per l’intera legislatura senza accordi costruiti successivamente nei palazzi.

Quanto alla tenuta della maggioranza, Meloni ha escluso tensioni rilevanti, definendo il suo esecutivo uno dei più solidi tra le grandi democrazie. Ha scartato sia l’ipotesi di elezioni anticipate sia qualsiasi ambizione personale per il Quirinale.

Sulla politica estera, ha giudicato un errore auspicare la bocciatura del decreto sugli aiuti all’Ucraina e ha respinto l’idea di veti interni di natura filorussa. Il confronto nella coalizione, ha spiegato, rientra in una normale dialettica politica.

Le relazioni con il Presidente della Repubblica sono state definite positive, pur nella diversità di vedute. Meloni ha sottolineato che, quando è in gioco l’interesse nazionale, il Quirinale rappresenta sempre un punto di riferimento.

Un passaggio è stato dedicato anche a Forza Italia, con un riconoscimento al lavoro svolto da Antonio Tajani dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi, indicato come elemento di continuità e stabilità per il partito.

Tra i temi affrontati figurano inoltre il piano casa, che punta a realizzare centomila abitazioni a prezzi calmierati in dieci anni, e l’economia, con occupazione e potere d’acquisto indicati come i veri indicatori dello stato di salute del Paese.

Sul fine vita, la linea resta invariata: per Meloni lo Stato non deve favorire percorsi di suicidio assistito. La questione, ha ricordato, è affidata al lavoro del Parlamento, al quale il governo si rimette in attesa delle decisioni.