Machado a Washington per convincere Trump: la sfida dell'opposizione venezuelana
Maria Corina Machado tenta il rilancio politico a Washington, puntando su Donald Trump per tornare al centro del dossier Venezuela e ribaltare una fase di isolamento che ha messo in difficoltà l’intera opposizione.
Maria Corina Machado prepara una visita negli Stati Uniti con l’obiettivo di riaprire un canale diretto con Donald Trump e rilanciare la propria candidatura come alternativa credibile al potere in Venezuela. L’incontro, annunciato dallo stesso ex presidente americano, rappresenta un passaggio delicato per la leader dell’opposizione.
La Casa Bianca non ha ancora chiarito formato e contenuti del colloquio, né se Machado verrà ricevuta nello Studio Ovale. La dirigente venezuelana, però, sarebbe pronta a compiere un gesto simbolico: consegnare a Trump il suo Premio Nobel per la Pace, presentandolo come riconoscimento per il ruolo svolto nella crisi venezuelana.
Leggi anche Venezuela, liberati Luigi Gasperin e Biagio Pilieri: attesa per Alberto Trentini
Nei giorni precedenti, Machado aveva pubblicamente elogiato Trump, definendo la sua azione una missione coraggiosa a favore del popolo venezuelano. L’ex presidente ha accolto con favore l’idea, dichiarando che considererebbe un onore ricevere quel riconoscimento.
Dopo il raid del 3 gennaio, Trump aveva però indicato una strategia diversa per il Venezuela, scegliendo di collaborare con Delcy Rodríguez, nominata presidente ad interim, e con figure vicine a Nicolás Maduro. In quell’occasione, Machado e l’opposizione erano rimaste ai margini.
Le parole di Trump erano state particolarmente dure: aveva definito difficile per Machado ottenere una leadership reale, sostenendo che non disponesse né di consenso né di autorevolezza interna. Dichiarazioni che, secondo il suo entourage, avevano colto di sorpresa anche diversi alleati repubblicani al Congresso.
All’interno dell’amministrazione statunitense si sarebbe diffusa la convinzione che l’opposizione non fosse in grado di governare senza l’appoggio delle forze armate e delle élite venezuelane. Da qui la scelta di puntare su Rodríguez come interlocutrice principale.
Fonti vicine alla Casa Bianca hanno inoltre riferito che Trump avrebbe giudicato negativamente l’accettazione del Nobel da parte di Machado. Secondo una di queste ricostruzioni, un rifiuto pubblico del premio avrebbe potuto cambiare radicalmente il suo destino politico.
Ora Machado tenta di ricucire i rapporti, costruendo una nuova strategia su tre pilastri: rientrare in Venezuela per rafforzare la propria legittimazione, consolidare un rapporto diretto con Trump e dimostrare di poter ottenere il sostegno dei centri di potere nazionali.
Il team dell’opposizione ricorda come Trump abbia spesso modificato posizioni e giudizi in tempi rapidi, citando il recente riavvicinamento con Gustavo Petro dopo mesi di tensioni diplomatiche.
Nel Partito Repubblicano, Machado può contare sull’appoggio dei legislatori latini della Florida, tra cui Carlos Giménez, Mario Díaz-Balart e María Salazar, convinti che la sua figura resti centrale per la comunità venezuelana negli Stati Uniti.
Per questi parlamentari, il ritorno di Machado tra gli interlocutori privilegiati di Trump ha anche un valore elettorale, soprattutto per gli americani di origine venezuelana dell’area di Miami, storicamente ostili al chavismo.
Un’eventuale permanenza di Rodríguez al potere, senza un coinvolgimento dell’opposizione, rischierebbe infatti di accenturare il distacco tra Washington e una diaspora segnata da anni di esilio e persecuzioni politiche.
Secondo Emiliana Duarte, portavoce del partito Vente Venezuela, il clima in vista della prossima settimana è improntato a un cauto ottimismo. Intanto, dagli Stati Uniti si ribadisce che non esistono ancora le condizioni per nuove elezioni presidenziali.
Machado, dal canto suo, continua a sostenere che, se il voto si tenesse oggi, otterrebbe una vittoria netta, forte di un consenso popolare che ritiene ancora intatto nonostante le recenti esclusioni dai tavoli decisionali.