Sabahi: Il timore di Khamenei è il modello Maduro, non la fuga alla Assad
Il timore di una cattura in stile Venezuela agita Teheran, ma una fuga all’estero resta improbabile. Analisi, proteste interne e pressioni internazionali delineano uno scenario complesso attorno alla leadership iraniana.
Secondo Farian Sabahi, il timore più concreto per è un’operazione di cattura sul modello venezuelano, come quella che ha portato all’arresto di. Uno scenario che pesa sull’attuale fase di tensione, mentre appare remota l’ipotesi di una fuga all’estero sul modello di.
La studiosa osserva che l’età avanzata della guida suprema e una vita interamente dedicata alla difesa della Repubblica islamica rendono più plausibile una scelta di resistenza estrema, persino a costo della vita. In questa prospettiva, l’idea del martirio assume un valore simbolico che supera qualsiasi opzione di esilio.
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A differenza del Venezuela, Teheran può ancora contare su una rete di fedelissimi e sul sostegno dei Pasdaran. Tuttavia, Sabahi segnala la presenza di infiltrazioni dei servizi israeliani, richiamando episodi recenti che hanno colpito apparati di sicurezza e che alimentano l’allarme interno.
L’ipotesi di un tentativo statunitense non viene esclusa, ed è proprio questa possibilità a rappresentare oggi il nodo più inquietante per la leadership iraniana. Già durante il conflitto di giugno con Israele, Khamenei si era sottratto alla scena pubblica rifugiandosi in un bunker, segnale di una percezione acuta della fragilità del momento.
Nonostante ciò, l’Iran non è paragonabile al Venezuela per posizione geopolitica e accessibilità militare. Raggiungere Teheran non è semplice come intervenire a Caracas, e la guerra di dodici giorni con Israele ha ridotto, all’interno del Paese, il consenso verso qualsiasi intervento armato straniero.
Sul fronte interno, le proteste ripartite a fine dicembre per il caro vita si sono estese a studenti e altri settori della società civile. Sabahi sottolinea che manca una leadership riconoscibile nelle piazze e che l’assenza di giornalisti occidentali rende difficile verificare la reale diffusione di slogan monarchici riportati da media dell’opposizione.
Il nome ditorna ciclicamente nel dibattito. Figlio dell’ultimo scià, cresciuto e stabilitosi negli Stati Uniti, si è detto disponibile a favorire una transizione democratica, pur escludendo un rientro stabile in Iran.
La sua figura, però, richiama non solo il fasto dell’antico regno persiano ma anche le ombre del passato: disuguaglianze sociali, repressione della Savak e dipendenza da potenze straniere. Elementi che continuano a dividere l’opinione pubblica iraniana.
Intanto resta sullo sfondo la minaccia di nuovi bombardamenti israeliani, evocata pubblicamente dae. In precedenza, raid su quartieri residenziali di Teheran avevano compattato la popolazione attorno al regime, ma l’effetto di ulteriori avvertimenti resta incerto.
Dalla diaspora iraniana, le pressioni di Washington vengono spesso viste come un sostegno ai manifestanti. All’interno del Paese, invece, un intervento armato è percepito come una minaccia diretta, soprattutto dopo i danni recenti a zone abitate, infrastrutture energetiche e al carcere di Evin, colpito con conseguenze letali per i detenuti politici.