Occidente in crisi, Europa a rischio declino: l'analisi di Massimo D'Alema
L’Occidente attraversa una fase di crisi profonda tra disuguaglianze, disaffezione politica e nuovi equilibri globali. L’analisi di Massimo D’Alema intreccia democrazia, geopolitica, economia e futuro dell’Europa.
La democrazia occidentale mostra segni evidenti di affaticamento e rischia di ridursi a una struttura formale, priva di reale partecipazione, se non riesce a ricostruire un legame concreto con i cittadini attraverso una più equa distribuzione di reddito e opportunità. È questa la riflessione centrale sviluppata da Massimo D’Alema in una recente intervvista.
Secondo l’ex presidente del Consiglio, l’idea maturata dopo la fine della Guerra Fredda, secondo cui democrazia liberale e libero mercato si sarebbero affermati ovunque, si è progressivamente sgretolata. Oggi molte società occidentali convivono con un forte calo della partecipazione elettorale, segnale di una frattura tra istituzioni e popolazione che alimenta il concetto di “democrazie senza popolo”.
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In questo contesto, la politica tende a diventare un terreno riservato a pochi, mentre si indebolisce la selezione della classe dirigente. Il vuoto lasciato dalla rappresentanza tradizionale favorisce l’ascesa di populismi e leadership improvvisate, spesso incapaci di offrire risposte strutturali a problemi complessi.
Alla base di questa deriva, D’Alema individua la rottura del compromesso sociale che aveva caratterizzato le democrazie avanzate del Novecento. La globalizzazione ha prodotto crescita e contribuito a ridurre la povertà in molte aree del mondo, ma nei Paesi occidentali ha ampliato le disuguaglianze, colpendo soprattutto classi medie e lavoratori.
Una ristretta élite, osserva, ha concentrato ricchezze e potere come mai prima, mentre il controllo dei dati e delle tecnologie ha rafforzato la coincidenza tra potere economico e potere tecnologico. Questo squilibrio alimenta insicurezza sociale e sfiducia verso le istituzioni.
Il successo delle destre e di leader come Donald Trump viene letto anche alla luce di queste paure diffuse. Ampi settori del lavoro dipendente, sentendosi minacciati dal declino economico e sociale, finiscono per aderire a narrazioni basate su chiusura, nazionalismo e ricerca di protezione identitaria.
Sul piano internazionale, D’Alema parla di un declino relativo dell’Occidente, destinato a rappresentare una quota sempre più ridotta della popolazione mondiale. In questa prospettiva, l’Europa rischia di trasformarsi in una grande “Rsa” se non riesce a mantenere unità politica e capacità di incidere negli equilibri globali.
La competizione strategica del futuro, secondo l’ex premier, sarà soprattutto tra Stati Uniti e Cina. Pechino non punta a esportare un modello ideologico, ma chiede riconoscimento come grande civiltà e potenza globale. La sfida con Washington dovrà necessariamente basarsi su una coesistenza equilibrata per evitare conflitti distruttivi.
Particolarmente duro il giudizio sulla guerra a Gaza, definita una tragedia di fronte alla quale l’Occidente avrebbe mostrato un preoccupante deficit di sensibilità, rischiando di difendere il proprio ruolo internazionale sacrificando principi fondamentali come i diritti umani.
Il futuro europeo, nell’analisi di D’Alema, è legato anche alla questione demografica. Senza un apporto significativo di immigrazione, il continente andrebbe incontro a un progressivo collasso dei sistemi produttivi e del welfare. La sopravvivenza dell’Europa passa dalla capacità di attrarre e integrare decine di milioni di nuovi cittadini.
Sul piano personale, l’ex leader della sinistra esclude un ritorno a incarichi pubblici. Ritiene conclusa la propria esperienza istituzionale e rivendica la scelta di dedicarsi ad attività culturali e di analisi, mantenendo viva la passione politica e la curiosità intellettuale senza rincorrere nuovi ruoli.