Groenlandia, Trump rilancia l'idea dell'acquisto: diplomazia, pressioni e ipotesi di forza
Donald Trump ha nuovamente manifestato interesse per l'acquisto della Groenlandia, considerata strategica per la sicurezza degli Stati Uniti nell'Artico. La diplomazia resta la principale via, ma si valutano anche altre ipotesi.
Donald Trump torna a puntare sulla Groenlandia, considerata una pedina strategica per la sicurezza degli Stati Uniti nell’Artico. L’ipotesi di un’acquisizione dell’isola, territorio autonomo sotto sovranità danese, è al centro di discussioni attive all’interno della Casa Bianca. L’amministrazione Usa continua a indicare la diplomazia come prima strada, pur ribadendo che nessuna opzione viene esclusa quando in gioco ci sono interessi nazionali.
Secondo quanto emerso, un primo momento di confronto potrebbe arrivare a breve con una missione ufficiale a Copenaghen del segretario di Stato Marco Rubio, chiamato a dialogare con le autorità danesi e a stemperare un clima transatlantico sempre più teso. L’obiettivo dichiarato è riaprire un canale politico su un dossier che tocca direttamente i rapporti tra Stati Uniti, Unione europea e Nato.
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Nel frattempo, analisti e osservatori internazionali delineano possibili traiettorie dell’iniziativa americana. Viene descritto un percorso graduale, articolato in più fasi, che privilegerebbe strumenti politici e di influenza prima di qualsiasi mossa più drastica. Un’azione militare diretta viene giudicata improbabile nell’immediato, anche se non del tutto esclusa nelle valutazioni teoriche.
Il primo tassello sarebbe una campagna di influenza politica mirata a rafforzare il fronte indipendentista groenlandese. I sondaggi mostrano una popolazione in larga maggioranza contraria all’ingresso negli Stati Uniti, ma allo stesso tempo favorevole all’uscita dall’orbita danese. In questo spazio si inserirebbero iniziative, anche riservate, volte a orientare il dibattito pubblico e accelerare l’ipotesi di un referendum sull’indipendenza.
Esperti di sicurezza digitale paragonano queste dinamiche a schemi già osservati in altri contesti geopolitici, basati su attività sia offline sia online: reti di sostegno politico, mobilitazioni mirate e amplificazione del messaggio attraverso canali informativi non ufficiali. Dichiarazioni di esponenti vicini a Trump hanno rafforzato l’idea che Washington consideri il futuro della Groenlandia una questione aperta e negoziabile.
Qualora il percorso verso l’indipendenza trovasse spazio, il passaggio successivo potrebbe essere l’inserimento dell’isola sotto una forma di influenza statunitense. Tra le opzioni circola quella di un Accordo di libera associazione, modello già adottato dagli Usa con altri territori del Pacifico, che garantirebbe protezione militare e supporto economico in cambio di ampia libertà operativa per le forze americane.
Un ulteriore livello di pressione coinvolgerebbe l’Europa. In ambienti diplomatici si ipotizza un possibile scambio politico: maggiore impegno statunitense sul fronte ucraino in cambio di una posizione più accomodante degli alleati su un ruolo rafforzato degli Usa in Groenlandia. Una proposta complessa, che metterebbe alla prova gli equilibri interni all’Unione europea e alla Nato.
Resta sullo sfondo lo scenario più estremo. In caso di rifiuto netto da parte di Nuuk, alcuni analisti sottolineano come la limitata capacità militare locale renderebbe teoricamente possibile un’azione rapida. La presenza americana sull’isola è già consolidata attraverso basi e contingenti ridotti, mentre le forze danesi dispongono di mezzi considerati insufficienti per una difesa autonoma prolungata.
Un’operazione di forza, tuttavia, solleverebbe gravi questioni legali e politiche. Il diritto internazionale e le norme statunitensi imporrebbero vincoli stringenti, compreso il coinvolgimento del Congresso. Inoltre, un’azione unilaterale metterebbe a rischio la tenuta della Nato, con conseguenze dirette sulla fiducia degli alleati e sulla cooperazione in materia di sicurezza e intelligence.
Secondo diversi osservatori, nonostante la durezza delle dichiarazioni, il ricorso alla forza resta un’ipotesi lontana. Prevalgono per ora la cautela e l’idea che il dossier groenlandese si muoverà soprattutto sul terreno dei negoziati, tra pressioni politiche, equilibri strategici e un confronto destinato a segnare i rapporti tra Washington e l’Europa.