La Groenlandia al centro della strategia geopolitica di Trump

Nel 2019, l'idea di Donald Trump sulla Groenlandia si è evoluta da provocazione a elemento della strategia di sicurezza degli Stati Uniti, integrandosi nella nuova strategia nazionale e influenzando il dibattito internazionale.

groenlandia centro

Quella che nell’estate del 2019 sembrava una provocazione estemporanea si è trasformata, nel giro di pochi anni, in una linea politica strutturata. All’inizio del 2025 l’idea di Donald Trump sulla Groenlandia è confluita in una visione organica della sicurezza americana, fino a trovare spazio nella nuova strategia nazionale. Oggi il tema è tornato al centro del dibattito internazionale, complice l’irrigidimento degli equilibri globali e le prese di posizione dei leader occidentali.

La Groenlandia è un territorio autonomo inserito all’interno di uno Stato europeo sovrano, protetto dal diritto internazionale ma, al tempo stesso, fortemente intrecciato ai meccanismi di sicurezza occidentali. La sua collocazione strategica nell’Artico ha reso la presenza militare statunitense una componente stabile sin dalla fine della Seconda guerra mondiale, ben prima delle recenti tensioni geopolitiche.

Leggi anche Groenlandia, Trump rilancia l'idea dell'acquisto: diplomazia, pressioni e ipotesi di forza

Le basi giuridiche della sovranità danese affondano le radici nel XIX secolo. Nel 1814, al termine delle guerre napoleoniche, la Danimarca fu costretta a cedere la Norvegia alla Svezia con il Trattato di Kiel. In quell’accordo, tuttavia, Copenaghen riuscì a mantenere il controllo dei territori atlantici storicamente legati alla Norvegia, tra cui la Groenlandia, l’Islanda e le Isole Fær Øer, consolidando un diritto che ancora oggi rivendica.

Questa sovranità non rimase priva di contestazioni. All’inizio degli anni Trenta, la Norvegia tentò di occupare la Groenlandia orientale sostenendo che si trattasse di terra nullius. La disputa fu risolta nel 1933 da una sentenza internazionale che stabilì un principio destinato a fare scuola: per esercitare il controllo su territori remoti non è necessario un presidio capillare, ma è sufficiente dimostrare l’intenzione di governare e un’amministrazione effettiva, seppur minima.

Il principale ostacolo ai piani di Trump non riguarda la geografia, bensì l’assetto costituzionale. Fino al 1953 la Groenlandia era formalmente una colonia e, in teoria, avrebbe potuto essere ceduta come avvenne per le Isole Vergini. Con la riforma costituzionale di quell’anno, però, l’isola è stata integrata nel Regno di Danimarca e i suoi abitanti hanno acquisito la piena cittadinanza danese.

Questo passaggio rende giuridicamente impraticabile qualsiasi ipotesi di “acquisto”. Uno Stato democratico non può disporre del proprio territorio e dei propri cittadini senza il loro consenso. Oggi la Groenlandia fa parte della Rigsfællesskabet, una comunità fondata su un rapporto tra soggetti paritari, non su un legame coloniale.

Dal punto di vista militare, però, la situazione è diversa. In base al Trattato di Difesa del 1951, gli Stati Uniti godono di ampi diritti operativi sul territorio groenlandese. La presenza americana comprende l’uso esclusivo di aree strategiche come la base di Pituffik, snodo cruciale per il sistema di allerta missilistico e per il controllo satellitare nell’Artico.

Di fatto, Washington non ha bisogno di occupare la Groenlandia per sfruttarne il valore strategico: è già pienamente inserita nel dispositivo di sicurezza statunitense. L’idea di un’acquisizione servirebbe piuttosto a ridurre il ruolo politico della Danimarca e a rafforzare una narrazione interna che presenta l’attenzione al “cortile di casa” come alternativa agli interventi militari lontani e costosi.

Un’eventuale svolta non passerebbe da Copenaghen, ma da Nuuk. La legge sull’autogoverno del 2009 riconosce infatti ai groenlandesi il diritto alla secessione. In caso di referendum favorevole all’indipendenza, la Danimarca non avrebbe strumenti legali per opporsi.

La strategia americana ipotizzata non prevede quindi una trattativa diretta con lo Stato danese, ma il sostegno economico a un percorso di separazione. L’obiettivo sarebbe convincere una popolazione di circa 57.000 abitanti promettendo risorse finanziarie superiori al contributo annuale garantito da Copenaghen, investimenti infrastrutturali e maggiore libertà nello sfruttamento delle risorse naturali.

Per la società groenlandese, già alle prese con difficoltà economiche, caro vita e migrazione dei giovani, questa prospettiva si intreccia con una fase di forte risveglio culturale inuit. Il timore diffuso è quello di sostituire un partner distante ma rispettoso con una presenza dominante e invasiva. I sondaggi indicano una netta contrarietà all’ipotesi di diventare una piattaforma militare permanente americana, ma la storia dimostra come i confini della sovranità possano mutare nel tempo.