Pasta Police: il dibattito virale sulla cucina italiana autentica

Pasta Police, nato come progetto satirico, affronta il dibattito sulla cucina italiana autentica. Due comici di Roma trasformano le segnalazioni di profane culinarie in sketch ironici, stimolando una riflessione sulla tradizione e l'innovazione gastronomica.

pasta police

In uno studio di registrazione a Campoleone, poco a sud di Roma, due smartphone continuano a vibrare: arrivano segnalazioni da una rete di “vice” digitali pronti a denunciare nuove profanazioni della cucina italiana. Matteo Salvatori ed Emiliano Santoro, comici diventati celebri sul web, trasformano questi avvisi in sketch e reprimende ironiche rivolte a chi reinventa i piatti tradizionali senza freni.

Tra i casi finiti nel mirino, un video in cui due ragazze mescolano bologna, uova e yogurt con penne ancora crude e una quantità esagerata di sale, proclamando il risultato “carbonara”. Poi l’affondo che fa scattare la scenetta successiva: la preparazione della cosiddetta “pizza soup”, una “zuppa di pizza” che i due bollano come oltrepassamento di ogni limite.

Con il nome di Lionfield, traduzione del loro paese d’origine, Salvatori e Santoro hanno costruito la loro identità da “pasta police” globale: tra YouTube e social, il seguito complessivo sfiora i 30 milioni. La satira è il linguaggio, ma la spinta che intercettano è reale: in Italia cresce la voglia di difendere il patrimonio gastronomico da imitazioni, etichette ambigue e prodotti che si presentano come italiani senza esserlo.

Il clima si è ulteriormente acceso dopo il riconoscimento ottenuto a dicembre per la candidatura legata alla cucina italiana in ambito UNESCO. Da lì, la discussione ha preso una piega più politica: la tutela delle ricette e delle filiere viene raccontata sempre più come questione identitaria, con toni che dividono e amplificano lo scontro tra “purezza” e contaminazioni.

Nel frattempo, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha intrecciato orgoglio nazionale e gastronomia: celebrazioni pubbliche e messaggi a tema si sono accompagnati a misure di protezione del made in Italy alimentare. Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha spinto su controlli e iniziative simboliche, come i contrassegni tricolori su alcuni vini e la richiesta di verifiche dopo la comparsa di un barattolo di “carbonara” pronta venduto in un mercato interno al Parlamento europeo di Bruxelles.

Dietro la retorica, c’è anche un interesse economico enorme: il comparto alimentare in Italia vale circa 820 miliardi di dollari l’anno. Per questo è in discussione una legge, attesa al voto nei primi mesi del 2026, che alza la posta contro falsi e origini dichiarate in modo ingannevole: pena detentiva fino a quattro anni per alcune frodi e sanzioni che possono arrivare a 50.000 euro.

Non tutti, però, accettano l’idea di una cucina “immutabile”. Alberto Grandi, storico dell’alimentazione all’Università di Parma, sostiene che molte certezze contemporanee siano costruzioni recenti: nel suo libro “Italian Cooking Does Not Exist” ricorda il peso delle comunità emigrate e di influenze straniere. Cita, tra gli esempi, il ruolo dei soldati americani durante la Seconda guerra mondiale con bacon e uova in polvere, indicati come scintilla per la carbonara, e descrive una “pizza” prebellica lontana dall’icona odierna, oltre al fatto che le pizzerie si sarebbero diffuse davvero in tutta Italia soprattutto con il boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta.

Sul fronte opposto, chef e creator rivendicano differenze nette tra cucina italiana e varianti nate altrove. Massimo Bottura, promotore della candidatura UNESCO, distingue apertamente la tradizione da ciò che definisce “italian-american”, raccontando anche il rapporto scherzoso con Stefano Secchi, ex allievo oggi a New York e premiato con una stella Michelin per Rezdôra. Intanto, gli “errori” messi alla gogna rimbalzano da un continente all’altro: pizza al mais in Giappone, chicken alfredo in catene statunitensi, spaghetti spezzati prima di finire in pentola o cappuccino dopo mezzogiorno.

La vigilanza, ormai, non è più solo un duo: cuochi e influencer alimentano il coro. Angelo Coassin, con 1,8 milioni di follower su TikTok, ha trasformato l’assaggio di una pizza all’ananas nel suo “incubo” social; Michele Lettera, vicino ai 900 mila, attacca le versioni istantanee della carbonara. E Nicolas Calia, marketer siciliano che vive a New York, dopo aver ironizzato sul cibo “italiano” alla festa di San Gennaro a Manhattan nel 2024, nel 2023 aveva messo in scena una protesta virale alla Fontana di Trevi con cartelli contro la panna nella carbonara e contro l’aggiunta di pollo nella pasta.

La disputa è arrivata anche oltreconfine sul piano culturale: il critico Giles Coren ha liquidato la cucina italiana con toni provocatori, innescando una replica durissima della scrittrice Chiara Amati. Nel mezzo, il dibattito continua a oscillare tra tutela, marketing, orgoglio e satira, mentre ogni nuova “ricetta creativa” rischia di diventare l’ennesima segnalazione da inviare alla pasta police.

@lalifebyaya Call the Italian police please ?? #italy #pasta ? Dolce Nonna - Wayne Jones & Amy Hayashi-Jones