Attacco Usa in Venezuela, scontro politico in Italia su diritto internazionale e sovranità
L’attacco degli Usa in Venezuela ha suscitato un acceso dibattito in Italia, con posizioni divergenti sul rispetto del diritto internazionale e sulla legittimità dell’intervento contro uno Stato sovrano.
L’operazione militare condotta dagli Stati Uniti in Venezuela ha innescato una dura reazione nel panorama politico italiano, con prese di posizione trasversali che mettono al centro il tema del diritto internazionale e della legittimità dell’uso della forza contro uno Stato sovrano.
La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha riunito per oltre due ore la segreteria nazionale, definendo l’azione americana una violazione palese dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. Secondo la leader dem, la cattura del presidente Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores rappresenta un precedente pericoloso che scardina le regole della convivenza internazionale.
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Schlein ha ribadito come il PD abbia sempre denunciato il carattere autoritario e repressivo del governo venezuelano, sottolineando però che nemmeno le gravi violazioni dei diritti umani possono giustificare un intervento armato. La sovranità venezuelana, ha affermato, non può essere calpestata in nome di obiettivi politici o di sicurezza.
Tra le preoccupazioni evidenziate figura il destino della popolazione civile, il futuro della transizione democratica e la tutela dei cittadini italiani presenti nel Paese. Particolare attenzione è stata richiamata sul caso di Alberto Trentini, detenuto in Venezuela, per il quale è stata sollecitata con forza la liberazione.
Nel mirino della segretaria dem anche la posizione dell’esecutivo italiano, accusato di aver riconosciuto come legittima l’azione militare statunitense. Schlein ha chiesto un intervento deciso dell’Unione europea e una convocazione urgente degli organismi competenti delle Nazioni Unite per riaffermare il ruolo delle sedi multilaterali.
Sui social è intervenuto il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, che ha definito l’operazione americana una aggressione priva di base giuridica. Per l’ex premier, la logica del più forte rischia di diventare la nuova norma, minando la sicurezza globale e rendendo le regole internazionali applicabili solo in modo selettivo.
Conte ha invitato il governo Meloni a prendere le distanze dagli attacchi e a garantire la protezione dei connazionali, avvertendo che la natura autoritaria di un regime non può essere utilizzata come pretesto per colpire militarmente uno Stato sovrano.
Posizione netta anche da parte di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni di Alleanza Verdi e Sinistra, che hanno parlato di un atto gravissimo e inaccettabile. Secondo i due esponenti, neppure le accuse legate al narcotraffico possono costituire una giustificazione per un intervento armato, denunciando il rischio di un mondo avviato verso una condizione di conflitto permanente.
Riccardo Magi, segretario di Più Europa, ha riconosciuto il carattere dittatoriale del potere di Maduro, ma ha avvertito che l’attacco militare nel cuore di Caracas supera ogni limite delle pressioni legittime esercitabili dalla comunità internazionale. Magi ha evidenziato l’assenza di una Unione europea capace di incidere sul piano diplomatico e ha sollecitato un impegno immediato per il rientro degli italiani detenuti.
Più articolata la valutazione di Carlo Calenda. Il leader di Azione ha definito la fine del regime di Maduro un fatto positivo per il popolo venezuelano, pur esprimendo forte inquietudine per le modalità con cui si è arrivati al rovesciamento del potere. Secondo Calenda, la priorità resta ora una rapida stabilizzazione politica con il coinvolgimento dell’opposizione interna.
Matteo Renzi, intervenendo sui social, ha ricordato le condizioni di povertà e repressione in cui il Venezuela è precipitato negli ultimi anni, descrivendo il Paese senza Maduro come una realtà potenzialmente migliore. Pur criticando l’approccio degli Stati Uniti, Renzi ha allargato lo sguardo al contesto globale, parlando di istituzioni multilaterali sempre più inefficaci e di un’Europa marginale nelle grandi crisi internazionali.