Come la città vuota di Dostoevskij
Dalla zona del Molo Beverello, ho percorso a piedi gran parte della città, che sembrava deserta. Le strade erano vuote e silenziose, con poche persone in giro. Le facciate degli edifici apparivano spoglie, senza segni di attività o movimento. Il cielo sopra era coperto e grigio, accentuando l’atmosfera di vuoto e silenzio che avvolgeva tutto il tessuto urbano.
Mi trovavo a dover attraversare quasi tutta la città a piedi, salendo dal Molo Beverello - dove sembravo un’aliena approdata da un altro pianeta, con la pelle bianca, un totale disincanto nei confronti dell’euforia estiva nell’aria e un’enorme borsa di paglia semivuota di buoni propositi per il futuro, fatto salvo per il libro di Emmanuel Carrère, Vite che non sono la mia - per arrivare fino al suo punto più alto sul livello del mare, che intravedevo alzando lo sguardo oltre la collina del Vomero davanti a me; l’eremo sul quale, sin dalla notte dei tempi della mia adolescenza, il destino volle si trovasse il divano di casa, dove una volta approdata, mi sarei lasciata sprofondare. 🔗 Leggi su Napoli.corriere.it

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