Guccini Harari Mentana Corona e quel che resta del nostro tempo
A tre settimane dalla scomparsa di Francesco Guccini, l’autore ha scritto di aver compiuto due azioni che potrebbero essere considerate un addio o un momento di elaborazione del lutto. Ha descritto queste azioni come un modo per affrontare la perdita, senza specificare di cosa si tratti esattamente. La narrazione si concentra sul senso di fine e sulla relazione con le parole, senza entrare in dettagli o motivazioni.
A tre settimane dalla morte di Francesco Guccini, ho fatto due cose che non so se qualificare come cerimonia d’addio o elaborazione del lutto o addio a quelle armi che erano le parole con cui mi ero formata. La prima è stata ordinare a pranzo un bicchiere di Traminer, onde constatare che fa schifo proprio come quando gli eroi erano giovani, belli, e con pessimi gusti enologici. La seconda è stata riascoltare per intero e nell’ordine originale “Fra la via Emilia e il West”, che fu il primo Guccini di molti miei coetanei, e poi stare di malumore tutto il giorno, constatando che il mio inutile verboso articolo su woke e brisa woke sarebbe stato sostituibile con un solo rigo di quel tizio: bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà. 🔗 Leggi su Linkiesta.it

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