Il problema non è il tempo che passiamo sullo schermo ma quello che guardiamo
Uno studio pubblicato su Developmental Psychology evidenzia che il tempo totale trascorso online e sui social media dai giovani non è un indicatore affidabile del rischio per la salute mentale. La questione non riguarda tanto la quantità di tempo passata davanti allo schermo, ma piuttosto cosa si guarda e come si utilizza quel tempo. Molti genitori tendono a limitare le ore di utilizzo, ma secondo la ricerca, questa misura da sola non è sufficiente per valutare eventuali problemi.
Consegnare a un adolescente un timer e considerare chiusa la faccenda è la tentazione di molti genitori. Uno studio pubblicato su Developmental Psychology suggerisce però che il conto delle ore dice poco: sui ragazzi, il tempo totale passato online e sui social non basta a prevedere il rischio per la salute mentale. A pesare piuttosto è altro: la qualità emotiva di ciò che capita sullo schermo. Quando le esperienze online si fanno ostili, con confronti impietosi o scambi aggressivi, il malessere sale; quando sono positive, scende. Contare i minuti davanti allo schermo, secondo lo studio, è come giudicare se una persona mangia bene pesando tutto quello che mette nel piatto in un giorno. 🔗 Leggi su Gazzetta.it

Gli adulti non possono aggiungere solo norme
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Ho letto questo articolo e centra il punto: il problema non è solo Vannacci, ma ciò che la sua parabola racconta del nostro tempo. Quando parole, posture e idee che un tempo sarebbero state considerate incompatibili con una cultura democratica diventano ter facebook
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