Le pubblicità dei libri talmente gonfie di apologetica da trattare il lettore come un imbecille

Il prodotto culturale viene proposto come un idolo “a scatola chiusa” sul quale deve sembrare impossibile avere dubbi. Ciò che è contingente e quindi variamente giudicabile, viene trasvalutato in un assoluto in cui credere a occhi chiusi Si riesce appena a tollerare la pubblicità di un dentifricio o di una passata di pomodoro. Ma la pubblicità dei libri non firmata e non estratta da una recensione arriva a essere repellente. Perché se il recensore qua e là esagera nell’enfasi apologetica, si copre di ridicolo e rischia con il proprio nome; la pubblicità nei titoli degli articoli, data come una notizia e non come una valutazione, quando esagera fuori misura è letteralmente un’offesa a chi legge.🔗 Leggi su Ilfoglio.it

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