Eurovision e Israele | ecco perché non sono solo canzonette

La musica, l’arte e la cultura dovrebbero unire, non dividere. Ieri l’Ebu ha votato sì alla partecipazione di Israele all’Eurovision 2026 (738 voti contro 265 no e 120 astenuti). La decisione, a quanto pare, provocherà la defezione di alcuni Paesi, come Islanda, Irlanda, Spagna e Olanda. Ma la notizia non è che Israele possa partecipare nonostante lo sterminio dei palestinesi a Gaza – è giusto così. La notizia è che la Russia, in guerra con l’Ucraina, non partecipa dal 2022. Escludere un intero Paese significa privare artisti, spesso estranei alle decisioni dei governi – se non addirittura in disaccordo -, della possibilità di condividere la propria voce e di dar voce a un legame emotivo, seppure nell’arco di una canzone, tra popoli diversi. Permettere a tutti di partecipare non significa ignorare i conflitti, ma affermare che la cultura può essere uno spazio neutrale, anzi di pace. Il paradosso è che nel 2019, nell’edizione che si tenne proprio in Israele, la cantante ucraina Maruv si ritirò per una polemica su un suo tour in Russia. 🔗 Leggi su Lidentita.it