Fraintendere in un colpo solo passato e presente nel Giorno della memoria

A che serve il Giorno della memoria? Me lo chiedo ogni anno. E non per abitudine, ma perché i contesti cambiano e ogni volta mi suggeriscono una risposta leggermente diversa. Di certo non serve a impedire che il passato si ripeta in altre forme (nessuna ricorrenza pubblica ha questo potere); non serve ad aggiungere nuovi lucchetti alla gabbia in cui abbiamo rinchiuso nel 1945 la bestia dell’antisemitismo, che anzi se ne va a spasso come il gorilla di Brassens; non serve, infine, a diffondere una migliore conoscenza della storia. Forse, semplicemente, la mia domanda annuale è mal posta. Non bisogna partire dagli scopi sbandierati, ma da quelli concretamente perseguiti. In altre parole: per sapere a che serve il Giorno della memoria la cosa migliore è osservare come viene usato. Lo storico Guri Schwarz, sulla sua pagina Facebook, ha invitato a ragionare sul “dispositivo comunicativo” innescato dal Giorno della memoria a partire da alcune prime pagine di sabato 25: “Se questo è un uomo” (l’Unità, e nel sottotitolo: “e ora il nuovo negazionismo: i lager in Libia”); “La deportazione” (La Stampa, con la foto degli immigrati espulsi da Trump e un commento intitolato: “Se questi sono uomini”).
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