Le sue foto toccavano i nervi scoperti della società
La fotografia non più come (o non solo) rappresentazione della realtà, ma come pratica capace di creare nuovi rapporti, espandere altri dibattiti. C’è una sorta di triste ironia nella sincronicità tra la morte di Oliviero Toscani e le notizie di questi ultimi giorni, sempre meno propizi alla bellezza dell’indignazione e al coraggio della provocazione. Con la sua dipartita, a 82 anni, dal mondo terreno, si chiude un’era in cui una fotografia non era solo un’immagine ma una dichiarazione politica, un manifesto ideologico, una frustata al perbenismo. Mentre salutiamo questo genio che ha saputo trasformare la macchina fotografica in un’arma di denuncia, ci ritroviamo a fare i conti con un mondo che sembra arretrare sui suoi stessi diritti conquistati, come le recenti dichiarazioni di Mark Zuckerberg, secondo cui Meta non oscurerà più i commenti che accusano persone gay e trans di «non essere normali»: un segno inquietante, quasi beffardo, che amplifica il senso di perdita di fronte alla scomparsa di Toscani.
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