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Cosa vogliono i tedeschi


Solo una cosa vogliono i tedeschi, una sola.
Quale?
I soldi.
E dunque agiscono di conseguenza.
Esistono soltanto due modi attraverso i quali una nazione può arraffare quattrini da oltreconfine. Il primo consiste nel realizzare avanzi della bilancia commerciale. Ossia, le sue esportazioni devono superare le importazioni. Il secondo consiste nell'attrarre capitali dall'estero in misura superiore a quanti ne escono.
Ma questo, direte voi, è mercantilismo. Certo, è mercantilismo. La Germania è una repubblica federale nonché mercantilista. La strategia politica che persegue oggigiorno non è più incentrata sulle conquiste belliche, come tentò inutilmente in passato, ma nel dominio dell'Europa per mezzo del mercantilismo. Chiamiamolo pure imperialismo mercantilista. E badate, non si tratta di puro e semplice economicismo. E' imperialismo tout court.
Si diceva un tempo che la Germania del secondo dopoguerra fosse un gigante economico ma un nano politico. Adesso ciò non è più vero. Grazie alla riunificazione e al trattato di Maastricht è diventata pure un gigante politico. Il gigante d'Europa.
Come un tale fattaccio possa essere avvenuto è noto. Innanzitutto, i tedeschi possiedono un apparato tecnico scientifico di prim'ordine. In secondo luogo, possiedono anche un apparato produttivo di primissimo ordine. E' loro merito e non ci resta che ammirarli per questo. O magari invidiarli, a voi la scelta. In terzo luogo i tedeschi hanno ricevuto, non del tutto per colpa loro, una vera e propria manna dal cielo, che però non si chiama manna ma si chiama euro.
L'euro, si sa, equivale a un sistema di cambi fissi. In un sistema di cambi fissi se un paese ha continui deficit della bilancia commerciale non vedrà scivolare in basso il cambio della propria moneta. Il cambio è fisso, appunto. Viceversa, il paese che registra ripetuti surplus commerciali non vedrà affatto salire il valore della sua moneta. In tal modo gli squilibri perdureranno. Aggiustarli attraverso naturali oscillazioni del cambio non sarà possibile.
Nell'eurozona succede esattamente questo. Ecco perché per i tedeschi l'euro è stato una manna. Se fossero rimasti al marco, per effetto degli strepitosi avanzi commerciali di cui sono capaci la loro divisa si sarebbe rivalutata e i prezzi delle loro merci, espressi in valuta straniera, sarebbero aumentati, determinando una correzione degli squilibri. Avrebbero cioè esportato di meno e, con ogni probabilità, importato di più, poiché i prezzi delle merci prodotte dagli altri paesi, espressi in marchi, sarebbero scesi.
Stando così le cose, i tedeschi sono pronti a tutto pur di rendere l'euro immortale. Prova ne è che si sono inventati persino i coronabond per finanziare il recovery fund. Non l'hanno fatto per favorire quei paesi, tra i quali l'Italia, ridotti ai minimi termini dal virus. L'hanno fatto perché il loro imperialismo mercatilista glielo imponeva. In quanto la gravità della crisi avrebbe addirittura potuto spingere qualche paese a fuggire dalla gabbia dell'euro, per esempio tramite una moneta complementare come i certificati di credito fiscale, sfasciando così il bel giocattolo che arricchisce i tedeschi.
Ma sono ormai diventati i padroni dell'Unione europea e la loro strategia di dominio li obbliga a decidere per tutti e piegare gli altri all'ubbidienza.


Tag : euro, Germania, moneta, recovery fund
Thu, 25 Jun 2020 09:34:00

La questione europea


L'Unione europea, a far tempo dal varo della moneta unica, è diventata, per non poche nazioni che ne fanno parte, il problema politico fondamentale. La questione è esplosa con drammaticità nel 2010, quando venne imposto alla Grecia un martirio allucinante, e si è poi aggravata di anno in anno. Da allora, solo individui mentalmente ottenebrati riescono a ignorarne le cause e gli effetti.
Eppure, per comprendere a pieno la situazione non servono indagini complesse e barbose. Basta sapere quello che l'Unione europea è. Ossia, una confederazioni di stati.
L'Unione europea è già – ripeto, è già – una confederazione, cui gli stati membri hanno ceduto talune potestà. Le principali delle quali sono il batter moneta e, grazie al patto di stabilità e al successivo patto di bilancio (fiscal compact, per chi ama esprimersi nell'idioma di Al Capone), porre vincoli ai bilanci statali.
In siffatta confederazione la sovranità non appartiene al popolo, bensì al consiglio europeo, il consesso cioè dei capi di governo degli stati aderenti. Vi è sì un cosiddetto parlamento, che è però un semplice simulacro, non essendo infatti né un organo legislativo, né può tanto meno esercitare un reale controllo sull'organo esecutivo, vale a dire la commissione. Il potere legislativo ed esecutivo appartengono al consiglio, che li esercita appunto tramite la commissione, la quale non è politicamente responsabile nei confronti del parlamento (in altre parole, il parlamento non ne può votare la sfiducia).
Una tale configurazione dei poteri rende la guida dell'Unione europea del tutto simile a quella di un'alleanza militare, quale ad esempio la Nato. In teoria, sia nella Nato che nell'Unione europea ogni stato membro vale per uno. Ma in realtà non è così. Nella Nato la volontà dello stato più potente, gli Stati Uniti d'America, predomina sugli altri. E la medesima cosa accade nell'Unione europea, dove la Repubblica Federale Tedesca, stato demograficamente ed economicamente maggiore, pretende e ottiene la tutela dei propri interessi anche e soprattutto a danno degli altri stati membri. Specie ai danni di quei paesi, primo l'Italia, il cui apparato produttivo può rivaleggiare sui mercati contro il suo.
A questo punto è istintivo chiedersi se sia possibile raddrizzare una situazione tanto squilibrata e foriera di contrasti. Se il parlamento europeo divenisse un organo legislativo e la commissione fosse politicamente responsabile nei suoi riguardi la situazione migliorerebbe?
Purtroppo no, se non venisse contestualmente affidato al parlamento anche il potere di modificare i trattati esistenti, inclusi lo statuto della Bce, il patto di stabilità e il patto di bilancio. Ma la Germania non consentirà mai che il parlamento acquisisca una tale prerogativa, la quale rimarrebbe materia d'esclusiva competenza del consiglio.
Un'altra esile speranza ci verrebbe offerta da un ipotetico e auspicabile incrinarsi dell'asse Parigi Berlino. Ciò dipende però soltanto dalle scelte del corpo elettorale francese. Finora i francesi hanno eletto presidenti, quali Sarkozy e Macron, che si sono prodigati, da bravi lacché, per servire e onorare il padrone tedesco, ricevendo in cambio la licenza di non applicare le rigide regole di bilancio, il che è pur qualcosa.
Poiché dunque la riforma dei trattati è al di là di ogni più roseo orizzonte, per sfuggire al cappio al quale i tedeschi sono riusciti ad appenderci non rimane che una e una sola soluzione. Vale a dire, introdurre una moneta complementare.
Solamente grazie a una moneta complementare come i certificati di credito fiscale sarà possibile a) rispettare i vincoli di bilancio, b) mettere in sicurezza il debito pubblico dagli attacchi speculativi, magari riducendolo, e c) attuare un programma di lavori pubblici e un abbassamento della pressione fiscale per accrescere l'occupazione e invertire il ciclo economico negativo provocato dal governo presieduto dal vetusto Monti Mario, il podestà forestiero.
O si farà così o avremo stagnazione e alta disoccupazione perpetue. Alternative non esistono.


Tag : bilancio pubblico, certificati di credito fiscale, debito pubblico, economia, euro, Germania, patto di bilancio, patto di stabilità, Unione europea
Mon, 30 Sep 2019 15:22:00

Il lato debole dei minibot


Sarebbe forse il caso che noi italiani si cominci a pensare sul serio al futuro. Dobbiamo in buona sostanza chiederci se desideriamo o meno un avvenire migliore. Vogliamo o no superare la dolorosa situazione economica nella quale siamo impantanati? O preferiamo invece che il tasso di disoccupazione si mantenga in eterno al di sopra del dieci per cento?
A noi l'ardua risposta, non ai posteri.
La stagnazione di cui siamo vittime è lo strascico di politiche economiche dannose (ve lo ricordate il vetusto Monti Mario, alias il podestà forestiero?) imposteci dalla Germania per colpire il nostro sistema produttivo e avvantaggiare così il proprio. Sotto questo aspetto, il successo dei tedeschi è stato mirabolante. Dal 2008 a oggi la produzione manifatturiera italiana si è contratta di un quarto.
E' possibile uscirne? Sarebbe cioè davvero plausibile invertire il ciclo?
Sì, aumentando la spesa per investimenti e riducendo la pressione fiscale sulle imprese.
Facile a dirsi, obietterete voi, ma la spaventosa carenza d'investimenti privati e gli assurdi vincoli ai bilanci pubblici pretesi dai tedeschi, ossia dai padroni dell'Unione europea, rendono improbabile sia la riduzione della pressione fiscale sia l'avvio di un vigoroso programma d'investimenti pubblici che sopperisca alla mancanza di quelli privati.
Verità sacrosante. I trattati europei rappresentano un muro edificato per volontà dei tedeschi contro il quale ci si schianterà senza meno.
E allora?
Be', la soluzione è una e una soltanto. Bisogna introdurre una moneta complementare che ci consenta di aggirare o scavalcare il muro di cui sopra.
Una proposta in tal senso, come saprete, l'ha diffusa il deputato leghista Claudio Borghi. I minibot, appunto. Si tratta, in teoria, di un'idea impeccabile. In pratica, però, susciterebbe contraccolpi esiziali.
E ora vi spiego perché.
I minibot, come indica la loro denominazione, sarebbero pur sempre titoli del debito pubblico e, in quanto tali, andrebbero iscritti al passivo del bilancio dello stato. Una voce negativa tanto per dire, d'accordo, poiché sarebbero irredimibili e non frutterebbero interessi. Ma è appunto qui che sorgerebbero le dolenti note, in quanto uno dei modi con i quali si definisce la moneta a corso forzoso suona proprio così. La moneta è un titolo irredimibile che non frutta interessi.
In parole povere, i minibot sono assimilabili a banconote. E, com'è noto, i trattati europei vietano agli stati dell'eurozona di stamparne. Se li introducessimo, la Germania e i suoi accoliti ricorrerebbero immediatamente alla corte di giustizia dell'Unione. Non serve certo troppa fantasia per immaginare quale sarebbe la decisione della corte. Ci troveremmo, da capo, al di qua del succitato muro e avremmo, in più, salate sanzioni da pagare.

Per fortuna, un'alternativa ai minibot esiste. Alludo ai certificati di credito fiscale. Sarebbero moneta scritturale (o elettronica, come si dice adesso) e andrebbero iscritti all'attivo del bilancio statale, riducendo il deficit per un importo pari alla quantità anno per anno emessa. Nessuna corte di giustizia potrebbe eccepire alcunché sulla loro natura giuridicamente immune alle norme comunitarie. Ai tedeschi, se li introducessimo, non rimarrebbe che affogare la propria amarezza in una colossale sbronza di birra.


Tag : bilancio pubblico, certificati di credito fiscale, Claudi Borghi, crisi economica, disoccupazione, Germania, minibot
Tue, 03 Sep 2019 10:24:00

Il Movimento delle stelle cadenti


Alle elezioni regionali in Molise e in Friuli Venezia Giulia il Movimento Cinque Stelle ha deluso, perdendo in meno di due mesi molti dei voti ottenuti alle politiche del quattro marzo.
Il motivo?
Semplice. Gli elettori molisani e friulani hanno punito i Cinque Stelle perché a Roma non sono stati capaci di formare un governo.
Il loro capo politico, Luigi Di Maio, dando troppo ascolto ai consigli del giornalista Marco Travaglio, ha infilato due vicoli ciechi.
Ha cercato prima di convincere il nuovo capo del centro-destra Matteo Salvini a fargli da stampella, purché lasciasse fuori Forza Italia, cioè uno dei partiti della coalizione guidata da Salvini stesso. Poi si è rivolto al Partito Democratico, nella speranza che l'ex segretario Matteo Renzi, dichiaratosi contrario sin dal cinque marzo a sostenere un governo pentastellato, non contasse più nulla, mentre invece è vero il contrario.
Luigi di Maio ha cioè acceso due forni e si è bruciato. Se ne deduce che è un pessimo panettiere.
Non pago delle tante scottature, si è rivolto infine di nuovo a Matteo Salvini. Stavolta per indurlo a chiedere, insieme a lui, un immediato ritorno al voto, pregando il presidente della repubblica di sciogliere le camere.
Una richiesta, data l'aria che tira, poco astuta.
Innanzitutto, il presidente non ha alcuna voglia di dargliela vinta. Almeno, non ora. E poi, dopo quanto successo in Molise e Friuli Venezia Giulia, come può illudersi l'onorevole Di Maio di raggranellare più voti di quelli ricevuti il quattro marzo?
In conclusione, le stelle per un po' hanno brillato. Adesso cominciano a cadere.


Tag : Lega, Luigi Di Maio, Matteo Renzi, Matteo Salvini, Movimento Cinque Stelle, Partito Democratico
Wed, 02 May 2018 10:08:00

Il dilemma del Partito Democratico


Esserci o non esserci (al governo con i Cinque Stelle), questo è il problema.
Dal quattro marzo tale dubbio amletico tormenta il Partito Democratico.
L'ex segretario Matteo Renzi, cui va riconosciuto il non invidiabile merito di aver condotto i suoi alla sconfitta, e il neo-iscritto Carlo Calenda rispondono no. Altri esponenti, come Dario Franceschini, Andrea Orlando, Michele Emiliano e Walter Veltroni dicono sì.
In altre parole, il partito è diviso.
Una chiassosa pletora di intellettuali e giornalisti di parrocchia, quali Gianfranco Pasquino, Massimo Cacciari, Eugenio Scalfari, Marco Travaglio, Peter Gomez e Antonio Padellaro, intravedendo un'affinità elettiva tra Partito Democratico e Movimento Cinque Stelle, giacché molti ex elettori del primo il quattro marzo hanno votato il secondo, si battono per salire sul carro dei vincitori o, almeno, per fornire l'indispensabile stampella a un governo Cinque Stelle.
Ma il Partito Democratico è diviso. Ossia, molti dei suoi parlamentari appartengono alla corrente dell'ex segretario Matteo Renzi e sono ancora pronti a obbedire agli ordini da lui impartiti. E finché una tale condizione perdura il Partito Democratico non è in grado di proporsi ai Cinque Stelle come valido alleato di governo.
Diciamo la verità, la sconfitta ha un gusto davvero amaro.


Tag : Matteo Renzi, Movimento Cinque Stelle, Partito Democratico
Thu, 05 Apr 2018 09:47:00

Le proposte economiche dei vincitori


Movimento Cinque Stelle e Lega hanno vinto le elezioni politiche del 4 marzo 2018 e non è improbabile che tocchi a loro formare il nuovo governo.
Se così fosse, quali concrete possibilità avranno di realizzare i loro programmi?
I Cinque Stelle, come sappiamo, hanno promesso di elargire il cosiddetto reddito di cittadinanza, in pratica un sussidio di settecentottanta euro da versare mensilmente ai disoccupati. I senza lavoro iscritti alle liste sono oggi in Italia circa due milioni e novecentomila. Per accontentare tutti sarebbero quindi necessari ventisette miliardi l'anno. Questo totale com'è ovvio cala se si tiene anche conto della condizione patrimoniale e redditutale dei disoccupati, che, qualora superi determinati livelli, ridurrebbe l'importo del beneficio da riscuotere. Comunque, una tale misura di politica economica avrebbe un impatto significativo sui consumi e, di riflesso, sugli investimenti. L'occupazione salirebbe.
La Lega vorrebbe invece introdurre un'aliquota lineare sull'imposta dei redditi, pari al quindici per cento. Il mancato introito tributario sarebbe per lo stato superiore a cinquanta miliardi, ma l'effetto sui consumi, sugli investimenti e sull'occupazione sarebbe davvero importante. Un autentico colpo d'ariete capace di invertire il ciclo economico. Non va infatti dimenticato che le imposte eccessivamente progressive inibiscono l'incentivo a investire, provocando effetti sociali opposti a quelli attesi.
Insomma, sia i Cinque Stelle sia la Lega propongono misure necessarie per contrastare la stagnazione nella quale languiamo. Se venissero attuate saremmo però immediatamente aggrediti dalla reazione isterica della commissione europea, istigata da Berlino, che ci rinfaccerebbe di gonfiare il debito pubblico e sforare il mitico baluardo del tre per cento nel rapporto deficit/pil. Ciò perché tagli e trasferimenti di spesa non saranno mai sufficienti a finanziare per intero i provvedimenti annunciati in campagna elettorale.
E allora?
Be', la risposta è semplice. Senza ricorrere a una moneta parallela (biglietti del tesoro, certificati di credito fiscale, minibot) né i Cinque Stelle né la Lega potrebbero mantenere quanto promesso. Se andranno al governo dovranno dunque vedersela con i padroni d'Europa, cioè i tedeschi.
Non sappiamo chi alzerà bandiera bianca. Ma se non saremo noi, vedremo i fuochi d'artificio.


Tag : Lega, Movimento Cinque Stelle, politica economica
Wed, 28 Mar 2018 09:14:00

Renzi sogna a occhi aperti


L'ex sindaco di Firenze, nonché ex presidente del consiglio dei ministri, nonché ex segretario del Partito Democratico, nonché aspirante grande statista in aspettativa, senatore Matteo Renzi, ama sognare a occhi aperti.
La batosta elettorale da lui incassata il 4 marzo 2018 gli ha fatto completamente perdere il senso della realtà. Vagheggia un futuro governo composto da Movimento Cinque Stelle e Lega che andrà secondo lui a schiantarsi quanto prima nel più tetro degli abissi e dalle cui ceneri risorgerà il Partito Democratico.
Ora, ammesso e non concesso che un tale governo nasca, evento al momento niente affatto scontato, chi e cosa assicura che avrà con assoluta certezza un nero futuro fallimentare? Certo, potrebbe accadere, ma se Cinque Stelle e Lega introdurranno una moneta complementare, come pare sia nelle loro intenzioni, realizzerebbero con successo i loro programmi.
Lo sconcerto di Macron e Merkel per l'esito del voto italiano già prefigura una simile possibilità, temuta dai tedeschi peggio della peste. In tal caso, infatti, per le politiche economiche procicliche imposte agli altri paesi dalla Germania, per sé tanto vantaggiose e per noi dannosissime, suonerebbe la campana a morto. E questo Frau Merkel non lo vuole.
Renzi perciò fa male a giocare il destino suo e del suo partito su un fallimento solo ipotetico, e dunque niente affatto sicuro, di un eventuale governo bicolore sorretto da Cinque Stelle e Lega. Per il PD sarebbe invece più prudente appoggiare i Cinque Stelle dall'esterno, evitando così che costoro si alleino con la Lega. In tal modo, qualora i Cinque Stelle governassero male, il PD scaricherebbe su di loro tutta la responsabilità, limitando i danni, mentre se al contrario il governo funzionasse a dovere e rilanciasse l'economia, ne condividerebbe i successi.
Ma Renzi, lo sappiamo, preferisce sognare a occhi aperti.


Tag : elezioni, Lega, Matteo Renzi, Movimento Cinque Stelle, Partito Democratico, politica
Thu, 22 Mar 2018 15:24:00

Cosa hanno chiesto gli elettori


Il 4 marzo 2018 gli elettori italiani si sono espressi in modo chiaro. Hanno premiato le forze sovraniste (Movimento Cinque Stelle, Lega, Fratelli d'Italia) e punito i partiti europeisti (Partito Democratico, Forza Italia, Liberi e Uguali).
Ciò non significa necessariamente che i sovranisti riusciranno a formare un governo. Né va esclusa l'eventualità che si torni in tempi più o meno stretti di nuovo al voto. Le incertezze sono dovute sia all'attuale legge elettorale proporzionale che alle forti divisioni esistenti tra i sovranisti.
In altre parole, non è detto che gli eletti riusciranno a soddisfare le richieste espresse dalla maggioranza degli elettori. Non nell'immediato, almeno.
La parabola degli europeisti è infatti discendente mentre quella dei sovranisti è in ascesa. Presto o tardi, magari dopo una nuova tornata elettorale, avremo perciò in Italia un governo a guida sovranista.
Dobbiamo rallegrarcene?
Sì, perché quel che i votanti esigono è tanto necessario quanto razionale. Desiderano semplicemente che le politiche economiche procicliche imposteci dall'Unione europea a trazione tedesca vengono sostituite da politiche di bilancio anticicliche che sostengano i consumi e gli investimenti, riducendo così la disoccupazione. Ed è appunto quello che i sovranisti, nei loro programmi elettorali, hanno promesso di realizzare.
Gli scettici ritengono che robuste misure anticicliche non siano attuabili. I mercati, o per meglio dire le banche francesi e tedesche, nonché la commissione europea riusciranno a impedircelo.
Tali critiche sarebbero fondate se mancasse lo strumento tecnico che consentirà di aggirare gli ostacoli.
Quale?
La moneta complementare.
Le proposte in campo (biglietti di stato, certificati di credito fiscale, minibot) non mancano e i sovranisti ne sono ben consapevoli. Grazie alla moneta complementare sarà possibile sganciarsi dall'euro senza formalmente uscirne attraverso una conversione, che avrebbe invece effetti letali.
Non resta dunque che avere un po' di pazienza e attendere il maturare degli eventi. Le catene che ci inchiodano alla crisi economica stanno forse per spezzarsi.


Tag : crisi economica, Elezioni 4 marzo, euro, moneta complementare, partiti sovranisti
Mon, 19 Mar 2018 11:02:00

Articolo uno, primo comma

Il primo comma della nostra carta costituzionale, assurto ormai a vero e proprio totem, recita: ‘‘L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro’’.
Esprime, almeno così sostengono i ben informati, il cosiddetto principio lavorista. Un principio di cui c’è poco d’anadar fieri.
Per due ragioni.
In democrazia l’elemento decisivo è rappresentato dalle potestà politiche dei cittadini. La democrazia è formata da cittadini-elettori, i quali scelgono con il voto chi, per un periodo determinato, debba governarli, essendo la democrazia né più né meno che un sistema nel quale il potere di governo si conquista attraverso la competizione elettorale. Il principio lavorista riduce invece il cittadino a semplice produttore, a cittadino-lavoratore. Questa è la prima ragione.
La seconda è addirittura peggiore.
Il principio lavorista fu uno dei cinque vessilli dottrinali del regime fascista (gli altri quattro furono: il principio totalitario, il principio della superiorità etica dello stato, il principio corporativo e il nazionalismo bellicista).
Nel primo convegno sindacale di Bologna, tenutosi nel gennaio del 1922, i sindacalisti fascisti fissarono cinque punti programmatici, il primo dei quali ratificava appunto il principio lavorista, descritto nei seguenti chiarissimi termini:
Il lavoro costituisce il sovrano titolo che legittima la piena ed utile cittadinanza dell’uomo nel consesso sociale”.
Quel convegno, inoltre, nominò segretario generale della Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali Edmondo Rossoni, un sindacalista rivoluzionario che aveva aderito al fascismo, il quale sosteneva la necessità di superare il principio proletario e attuare il principio lavorista, perciò i proletari dovevano essere definiti lavoratori e i padroni dirigenti.
Il principio lavorista, sia detto per inciso, era perfettamente funzionale al principio corporativo, in base al quale le organizzazioni di categoria, sia quelle dei prestatori d’opera come anche quelle dei datori di lavoro, diventavano componenti strutturali dello stato.
Per amor di verità dobbiamo riconoscere che i fascisti diedero concreta attuazione al principio lavorista.
Con la legge 3 aprile 1926 sancirono l’efficacia erga omnes dei contratti collettivi di lavoro (norma supinamente recepita dal quarto comma dell’articolo trentanove della costituzione repubblicana entrata in vigore il primo gennaio 1948).
Con la carta del lavoro approvata il 21 aprile 1927 dal gran consiglio del fascismo sancirono tra l’altro le ferie retribuite, l’indennità di fine rapporto e, per la risoluzione delle controversie, riservarono la competenza alla magistratura del lavoro.
Con regio decreto 23 marzo 1933 diedero vita all’Istituto nazionale fascista per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (oggi Inail).
Con regio decreto 27 marzo 1933 diedero vita all’Istituto nazionale fascista della previdenza sociale (oggi Inps).


La morale della favola è chiara: il fascismo ha lasciato un solco profondo nella cultura politica e sociale del nostro paese, benché gran parte di noi ne sia inconsapevole. Tanto profondo da permeare la nostra legge fondamentale. Per chi come me condivide gli ideali liberali non resta che provare un amaro sconcerto.

Tag : Costituzione della repubblica italiana, fascismo, principio lavorista
Thu, 31 Aug 2017 09:10:00

"Hanno ammazzato il Guercio", noir di Patrizia Morlacchi

Patrizia Morlacchi, l’autrice di ‘‘La tela di Santa’Agata’’, un avvincente giallo dalle garbate tonalità pastello, ci sorprende ora con un noir dai densi risvolti sociali e il pensiero, impossibile negarlo, corre subito a Leonardo Sciascia.
Il nuovo libro s’intitola ‘‘Hanno ammazzato il Guercio’’, incluso nella prestigiosa collana ‘‘Italia Noir’’ del gruppo editoriale ‘‘La Repubblica-L’Espresso’’, sarà in edicola dal 23 gennaio. Per saperne di più ascolteremo adesso la viva voce della scrittrice.


Allora, Patrizia, può dirci qualcosa del suo ultimo romanzo?

In “Hanno ammazzato il Guercio” compare di nuovo il Commissario del mio precedente romanzo e cioè Eraldo Sparvieri che, per una non meglio precisata incompatibilità ambientale, costretto a chiedere il trasferimento dalla località in Salento dove prestava servizio ad altro luogo, si ritrova in Molise, in una cittadina immaginaria che si chiama Corniola.
Sparvieri è molisano d’origine. I suoi genitori erano molisani e lui stesso è nato in Molise, ma si è trasferito a Roma da bambino. I suoi ritorni in regione erano così legati alle lunghe vacanze scolastiche dei mesi estivi quando tornava nel paesino d’origine a stare con i nonni. La sua visione di questa terra è stata, in conseguenza, fortemente influenzata da queste circostanze. Per lui il Molise è un mondo semplice, bonario, familiare e affettuoso.
Appena arrivato nella sede di Corniola, però, accade il fattaccio: il Commissario si imbatte nel cadavere di un “incaprettato”, una modalità di omicidio legata ad un mondo mafioso del tutto estraneo alla terra in cui avviene. Come mai?
La vicenda si dipana via via alla ricerca di una giustificazione per il tipo di esecuzione criminale, all’individuazione del movente e dell’assassino attraverso un’inchiesta che porta alla luce uno scandalo politico.
A causa di questo imprevisto sviluppo, Sparvieri si trova costretto a indagare nei rapporti sociali di Corniola e a ricomporre il “suo” Molise, una visione per certi versi deformata dall’infanzia, con la realtà dell’oggi che, nel trascorrere degli anni, ha modificato economicamente e sociologicamente questa terra.
Accanto a Spavieri sua moglie Vera, milanese che, nonostante il matrimonio, continua a vivere e a lavorare nella sua Milano in modo tale che la loro vita a due si frammenta in lunghe e frequenti pause senza, tuttavia, incrinare un rapporto ricco e intenso.


E adesso, se non siamo indiscreti, ce le sussurra due parole su di sé?

La fatica di Sparvieri, nel riadeguare l’immagine dei suoi ricordi giovanili con la realtà, si sovrappone, per certi versi, al processo conoscitivo che ho dovuto io stessa compiere quando sono venuta a vivere in questa Regione.
Io, infatti, sono lombarda – lombarda DOC - e sono venuta a vivere in Molise dopo essermi sposata con un molisano conosciuto in India, ormai più di trent’anni fa.
Non avevo conoscenza di questa terra prima di trasferirmi qui e nemmeno, in generale, avevo conoscenza del meridione d’Italia, se non per sporadiche gite turistiche di pochi giorni.
All’inizio di questa mia nuova e intensa esperienza di vita, ho colto soprattutto proprio gli aspetti più positivi di questo Sud e cioè la sua ospitalità generosa, la sua bonomia, la cortesia, la disponibilità umana e la tolleranza.
Doti di grande rilievo morale ed espresse in modo così spiccato che, messe a confronto con la freddezza nordica, la poca indulgenza verso il prossimo e lo spiccato senso del “resoconto” per quasi ogni relazione umana, in una visione quasi “ragionieristica” dell’esistenza (cosa me ne viene/cosa mi costa), mi facevano sentire in difficoltà con la mia “lombarditudine”, una parola che mi sono inventata per coniugare il senso lombardo della vita e insieme il senso di solitudine che la distingue, almeno di quella Lombardia che io ho lasciato oltre trent’anni fa e che è anch’essa distante e diversa dall’oggi.
E’ stato con lo scorrere del tempo che mi sono resa conto che, accanto alle sue indubitabili virtù, il Molise coltiva anche un’abitudine all’accettazione del destino che gli si impone, una scarsa raffigurazione del proprio futuro, una indolenza neghittosa a reagire che può essere considerata, nell’immobilismo che ne deriva, anche una sorta di complicato cinismo, di non facile decifrazione soprattutto dal punto di vista di certe virtù lombarde come sono un pragmatico razionalismo, l’inclinazione per la verità soppesata, un pessimismo operoso, una certa insofferenza per l’approssimazione e l’irresponsabilità.
Da qui, attraverso Sparvieri, cerco di comprendere e capire un mondo solo in apparenza semplice scrivendo una storia da cui – spero – possa trasparire l’amore che ho per il Molise che è, forse, la vera ragione d’essere del romanzo stesso.



Grazie, Patrizia Morlacchi. I lettori del suo ultimo romanzo sapranno di sicuro apprezzare la sua sensibilità, come donna, e l’abilità tecnica come scrittrice.

Tag : gialli, L'Espresso, La Repubblica, Lombardia, Molise, noir, Patrizia Morlacchi, romanzi
Thu, 19 Jan 2017 15:11:00