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WISE scopre la galassia più luminosa dell'Universo
Rappresentazione artistica di WISE J224607.57-052635.0

Denominata WISE J224607.57-052635.0, appartiene ad una nuova classe di oggetti recentemente scoperti da WISE, le "extremely luminous infrared galaxies" (ELIRGs). Al suo centro potrebbe esserci un mostruoso buco nero che ingoia gas e materia dal disco circostante, producendo temperature di milioni di gradi e molta energia nel visibile, ultravioletto e raggi X. Questa luce viene bloccata dalle zone circostanti maggiormente dense di polveri le quali, riscaldandosi, irradiano luce infrarossa (che WISE è in grado di vedere molto bene).

"Stiamo osservando una fase molto intensa evolutiva delle galassie", ha spiegato Chao-Wei Tsai, Jet Propulsion Laboratory della NASA (JPL) di Pasadena, in California, autore del nuovo studio pubblicato il 22 maggio sulla rivista The Astrophysical Journal. "Questa luce abbagliante potrebbe provenire da un picco di crescita del buco nero al centro della galassia".

Buchi neri enormi al centro dei nuclei galattici sono piuttosto comuni ma identificarne uno così massiccio e lontano è una rarità: la luce di WISE J224607.57-052635.0 ha viaggiato per 12,5 miliardi di anni prima di raggiungerci. Ciò che stiamo osservando è una finestra su un lontano passato: questo buco nero deve essere stato miliardi di volte la massa del nostro Sole quando l'Universo aveva solo un decimo della sua età attuale (13,8 miliardi di anni).

Ma come mai i buchi neri nelle ELIRGs sono diventati così grandi?
Il documento ipotizza tre cause: in primo luogo, potrebbero essere nati grandi, ossia i "semi" o buchi neri embrionali, sarebbero stati più massicci di quanto ritenuto finora; le altre due piegazioni coinvolgono, invece, il limite Eddington.
Quando un buco nero si nutre, il gas cade al suo interno e si riscalda, producendo luce. La pressione della luce, a sua volta, spinge il gas lontano, creando un limite alla velocità con cui il buco nero può continuamente a divorare materia. Se un buco nero rompesse queste limite potrebbe, teoricamente, gonfiarsi rapidamente ad un ritmo vertiginoso. Questa situazione è stata osservata in alcuni buchi neri ma quello di WISE J224607.57-052635.0 avrebbe dovuto rompere il limite diverse volte per quanto è grande.
Oppure, "il buco nero potrebbe essere arrivato a tali dimensioni dopo molta baldoria", ha detto Tsai, "consumando cibo più velocemente di quanto ritenuto possibile. Ciò potrebbe accadere se il buco nero non gira molto velocemente". Un buco nero in rapida rotazione, infatti, oltre a ingoiare materia tende anche a respingerla, mentre se la sua rotazione fosse più lenta sarebbe in grado di divorare un lauto pasto.

Certamente, saranno necessari ulteriori dati per risolvere il puzzle delle luminosissime ELIRGs: il team, per esempio, cercherà ora di determinare con maggiore precisione la massa del buco nero centrale di questa galassia.

Il nuovo studio segnala un totale di 20 nuove ELIRGs, compresa WISE J224607.57-052635.0.

The Most Luminous Galaxies Discovered by WISE [abstract]

We present 20 WISE-selected galaxies with bolometric luminosities L_bol > 10^14 L_sun, including five with infrared luminosities L_IR = L(rest 8-1000 micron) > 10^14 L_sun. These "extremely luminous infrared galaxies," or ELIRGs, were discovered using the "W1W2-dropout" selection criteria which requires marginal or non-detections at 3.4 and 4.6 micron (W1 and W2, respectively) but strong detections at 12 and 22 micron in the WISE survey. Their spectral energy distributions are dominated by emission at rest-frame 4-10 micron, suggesting that hot dust with T_d ~ 450K is responsible for the high luminosities. These galaxies are likely powered by highly obscured AGNs, and there is no evidence suggesting these systems are beamed or lensed. We compare this WISE-selected sample with 116 optically selected quasars that reach the same L_bol level, corresponding to the most luminous unobscured quasars in the literature. We find that the rest-frame 5.8 and 7.8 micron luminosities of the WISE-selected ELIRGs can be 30-80% higher than that of the unobscured quasars. The existence of AGNs with L_bol > 10^14 L_sun at z > 3 suggests that these supermassive black holes are born with large mass, or have very rapid mass assembly. For black hole seed masses ~ 10^3 M_sun, either sustained super-Eddington accretion is needed, or the radiative efficiency must be <15%, implying a black hole with slow spin, possibly due to chaotic accretion.


Scontri spaziali: osservata una supernova in collisione con la sua compagna
Simulazione dei detriti in espansione a 10 mila km/s di una supenova supernova di tipo Ia (in marrone scuro) mentre distrugge la sua stella compagna (in blu).

Le cose però, sono iniziate a cambiare quando un gruppo di astronomi della Caltech, che lavora ad un sistema di osservazione automatizzato chiamato intermediate Palomar Transient Factory (iPTF), ha scoperto la supernova di tipo Ia, denominata iPTF14atg, nella vicina galassia IC831, situata a 300 milioni di anni luce di distanza.

Il loro lavoro è stato pubblicato il 21 maggio sulla rivista Nature.

A strong ultraviolet pulse from a newborn type Ia supernova [abstract]

Type Ia supernovae are destructive explosions of carbon-oxygen white dwarfs. Although they are used empirically to measure cosmological distances, the nature of their progenitors remains mysterious. One of the leading progenitor models, called the single degenerate channel, hypothesizes that a white dwarf accretes matter from a companion star and the resulting increase in its central pressure and temperature ignites thermonuclear explosion. Here we report observations with the Swift Space Telescope of strong but declining ultraviolet emission from a type Ia supernova within four days of its explosion. This emission is consistent with theoretical expectations of collision between material ejected by the supernova and a companion star, and therefore provides evidence that some type Ia supernovae arise from the single degenerate channel.

Le supernovae di tipo Ia sono note come “candele standard” perché vengono utilizzate dagli astronomi per misurare le distanze. Si ritiene, infatti, che queste stelle esplose raggiungano tutte la stessa luminosità assoluta per cui più sono deboli e più devono essere distanti. C'è da ricordare, però, che tale caratteristica è stata recentemente messa in discussione quando un team dell'Università dell'Arizona ha scoperto che in realtà queste supernovae risultano più diversificate di quanto si pensasse. Lo spostamento verso il rosso o verso il blu dello spettro sarebbe dovuto non tanto alla distanza di per sé ma ad un diverso tipo di esplosione che caratterizzerebbe i due gruppi individuati, uno più vicino a noi, e quindi più recente, ed uno più lontano, relativo alle giovani fasi dell'Universo. Un problema di colore, quindi, che andrebbe a smorzare anche le stime sull'accelerazione dell'Universo ottenute finora. Ad ogni modo, questo metodo di misurazione è in voga dal 1990 e fece guadagnare il Premio Nobel per la fisica a tre scienziati nel 2011.

L'origine delle supernovae di tipo Ia è ancora dubbia ma le due teorie prevalenti iniziano con lo stesso scenario: la nana bianca destinata ad esplodere appartiene ad una coppia di stelle che orbitano attorno ad un comune centro di massa. L'interazione tra queste due stelle sarebbe pertanto responsabile di formare una supernova. Ma di quali interazioni parliamo? Ed è qui che le teorie divergono!

Secondo la prima ipotesi, la compagna della nana bianca che esplode è anch'essa una nana bianca e l'esplosione della supernova si innesca quando i due oggetti si fondono (modello doppio degenere).
Nella seconda ipotesi, invece, la stella compagna è simile al nostro Sole o una gigante rossa. In questo modello, la potente gravità della nana bianca accresce il materiale dell'altra stella. Questo processo, a sua volta, aumenta la temperatura e la pressione al centro della nana bianca fino alla drammatica esplosione (modello singolo degenere).

Purtroppo, però, gli eventi di supernova sono molto rari: si verificano circa una volta ogni quarto di secolo nella nostra Galassia e le stelle interessate diventano ben visibili solo dopo essere esplose.

Determinante è stato quindi il lavoro all'iPTF.
Dalla cima del Monte Palomar a sud della California, dove si trova il Samuel Oschin Telescope da 1.22 metri, una camera completamente automatizzata osserva nella banda ottica circa 1.000 gradi quadrati di cielo ogni notte (circa 1/20 del cielo visibile sopra l'orizzonte) alla ricerca di sorgenti transienti, ovvero la cui luminosità cambia su scale temporali che vanno da ore a giorni. Bene, nelle immagini del 3 maggio, un sofisticato algoritmo dei computer presso il National Energy Research Scientific Computing Center, ha individuato un segnale di possibile supernova.

Tuttavia, le osservazioni migliori per questi oggetti molto caldi avvengononell'ultravioletto, un tipo di imaging possibile solo dallo spazio dove non c'è l'atmosfera terrestre e l'ozono ad assorbire quasi tutta la radiazione UV proveniente dall'Universo. Pertanto, è venuto in soccorso un rapido follow-up del satellite Swift che ha misurato un bagliore di radiazione UV inizialmente in calo e poi di nuovo in aumento, mentre la supernova si accendeva.

L'impulso ultravioletto rilevato è risultato coerente con uno scenario in cui il materiale espulso da un'esplosione di supernova impatta contro la stella compagna generando un'onda d'urto che accende il materiale circostante, compatibile con il modello singolo degenere.

Secondo Shrinivas Kulkarni, professore di Astronomia e Scienze Planetarie supportato dalla fondazione MacArthur e direttore dei Caltech Optical Observatories, la scoperta "fornisce la prova diretta dell'esistenza di una stella compagna in una supernova di tipo Ia e dimostra che almeno alcuni tipi di queste supernovae di tipo Ia provengono da uno scenario singolo degenere".

Tuttavia, questa potrebbe non essere la regola. Nel 2011, infatti, le osservazioni della supernova di tipo Ia SN2011fe, scoperta nella galassia M101 dalla PTF (il precursore della iPTF), al contrario, sembravano escludere il modello singolo degenere. Ciò significa che "entrambe le teorie possono essere valide", ha detto Sterl Phinney, professore di Astrofisica Teorica alla Caltech, non coinvolto nella ricerca. "La notizia è che entrambi i modelli teorici sembrano essere giusti e quindi esistono due tipi molto diversi di supernovae Ia".

Ora, il team iPTF dovrà essere tanto bravo (e fortunato) da riuscire a ripetere osservazioni così complete su molti altri campioni di supernovae per determinare il modello prevalente.

Riferimenti:
- http://phys.org/news/2015-05-astronomers-supernova-colliding-companion-star.html


La doppia macchia brillante da vicino!
dettaglio dell'immagine sottostante (processata per attenuare gli artefatti jpeg ed evidenziare le strutture più luminose)

 Come si può vedere nel nostro Mission Log aggiornato in tempo reale, la sonda Dawn sta effettuando una complessa manovra di avvicinamento al pianeta nano muovendosi a spirare dall'orbita iniziale RC3 alla futura orbita "Survey", 3 volte più bassa, che verrà raggiunta nel giro di una quindicina di giorni.

 Nella notte tra Sabato e Domenica, tuttavia, la sonda ha effettuato una breve pausa nella spinta dei motori (la cosiddetta OpNav8) e ne ha approfittato per scattare una immagine dell'emisfero settentrionale da una distanza di 7200 km, dunque con una risoluzione di 0.72 km/pixel (quasi un fattore 2 di miglioramento rispetto a quelle finora scattate da RC3); si noti che adesso Cerere non entra più completamente nel campo inquadrato dalla Framing Camera di bordo (l'orbita precedente era stata scelta proprio per evitare questo problema). Anche se la qualità dell'immagine non è perfetta a causa della compressione jpeg (nonostante il formato di pubblicazione sia il TIFF), è possibile distinguere nuovi dettagli della enigmatica doppia macchia bianca (o bright spot 5) di cui abbiamo già parlato spesso.

PIA19559 modest

Immagine ripresa il 16/17 Maggio da 7200 km di altezza - NASA/JPL-Caltech/UCLA/MPS/DLR/IDA

 Adesso si intravede una sorta di struttura a raggiera intorno alla macchia principale (a sinistra) mentre la macchia oblunga secondaria risulta in realtà doppia; inoltre, tutto intorno, ci sono almeno 6 altre piccole macchie quasi puntiformi a questa risoluzione (prima se ne erano viste chiaramente la metà). Nell'immmagine elaborata e ingrandita che proponiamo in apertura si intravedono anche quelli che sembrano dei piccoli rilievi intorno alla macchia principale, forse una piattaforma leggermente sopraelevata e illuminata dal riverbero luminoso della macchia con elevato albedo. Guardando invece l'immagine globale qui sopra, si può notare un curioso allineamento tra le strutture "di faglia" che corrono quasi orizzontalmente da destra e attraversano in pieno il cratere contenente le macchie; in effetti, la summenzionata struttura "a raggiera" della macchia principale tende ad essere allineata con la direzione di questa faglia e anche con l'asse maggiore della macchia secondaria... questo potrebbe far pensare a una genesi comune, anche se è ancora presto per azzardare ipotesi. Qui sotto c'è una versione ancora più spinta e "solarizzata" per evidenziare sia i dettagli più scuri che quelli più luminosi (questi ultimi in negativo):

machi

Credits: NASA/JPL-Caltech/UCLA/MPS/DLR/IDA - Processing: M. Di Lorenzo (DILO)

 Pochi giorni fa era stata pubblicata anche un'altra suggestiva vista "in controluce" con la falce di Cerere butterata di crateri e che ricorda vagamente un formaggio groviera....

PIA19550 modest

Immagine ripresa il 30 Aprile da 13500 km di altezza - NASA/JPL-Caltech/UCLA/MPS/DLR/IDA

Riferimenti:
- http://photojournal.jpl.nasa.gov/catalog/PIA19559
- http://photojournal.jpl.nasa.gov/catalog/PIA19550


Decollata LightSail, la vela solare di 'The Planetary Society'
Decollata LightSail, la vela solare di 'The Planetary Society'

Oltre al rilascio dell'X-37B, il lancio di oggi ha portato nello spazio un carico utile chiamato UltraSAT formato da dieci piccoli satelliti per la NASA, per i militari USA e per le istituzioni educative.

Montato sopra una struttura agganciata allo stadio superiore Centaur del razzo, UltraSAT è qui al suo terzo volo dopo una missione nel 2012 (conosciuta come OutSAT assieme al carico utile NROL-36) e nel 2013 (GemSAT con il carico utile principale NROL-39). 

Fra i vari satelliti la star di oggi è la LightSail-A, un CubeSat formato di tre unità e realizzato dalla The Planetary Society con un prototipo di vela solare.

Il prototipo di vela solare è andato in orbita ad alcune centinaia di km sopra la Terra, dove la resistenza atmosferica sopraffà ogni propulsione dal Sole. Una seconda missione, prevista per il prossimo anno proverà ad utilizzare i raggi solari per modificare la propria orbita.

"Con la vela solare non voleremo abbastanza in alto sopra l'atmosfera  terrestre, a causa della resistenza atmosferica, ma faremo delle prove cruciali dei diversi sistemi con una missione lunga più di 28 giorni, tra cui una prova a gravità zero della nostra sequenza di apertura della vela e tenteremo di scattare delle foto che documentino il funzionamento dei bracci che supportano le vele," ha scritto la Planetary Society in una sintesi della missione.

Dopo il distacco dallo stadio superiore Centaur, LightSail aprirà i suoi pannelli solari per generare elettricità. Gli ingegneri sulla Terra controlleranno poi i dati ricevuti dal satellite per il suo grande momento, che è previsto arriverà circa quattro settimane dopo il decollo.

Quattro vele triangolari in mylar tenute piegate nel piccolo corpo del satellite per il lancio, verranno aperte per coprire un'area di circa 32 metri quadrati.

Il veicolo spaziale ha circa le dimensioni di un panetto e pesa circa 4,5 kg. E' una versione di tre unità della popolare piattaforma CubeSat, che compagnie private, governi e istituti di ricerca stanno utilizzando sempre di più per testare tecnologie innovative ad una frazione del costo di una tradizionale missione spaziale.

lightsail Bill Nye

Bill Nye con un modello in scala reale della LightSail - Credit: The Planetary Society

La costruzione del veicolo spaziale è stata finanziata da cittadini privati attraverso donazioni volontarie e la NASA ha pagato il passaggio di LightSail verso l'orbita.

La Planetary Society dice che il costo totale del progetto è di 5,45 milioni di dollari. Il gruppo ha lanciato una pagina di Kickstarter (una sito di raccolta fondi per progetti creativi) chiedendo donazioni al pubblico per coprire 1,2 milioni di dollari del costo.

Gli ingegneri stanno preparando un veicolo spaziale simile da lanciare nel 2016 a bordo di un razzo Falcon Heavy della SpaceX, che permetterà di inserire la seconda piattaforma LightSail su un'orbita più alta per una completa dimostrazione del funzionamento della vela solare.

LightSail segue altri progetti di vele solari lanciate da Giappone e NASA.

"Attraverso questa missione di prova dell'idea, useremo i CubeSat per aprire nuove strade oltre la Terra e, un giorno, potenzialmente verso altri pianeti con un mezzo poco costoso, e inesauribile di propulsione: i fotoni, l'energia solare nella sua forma più pura," ha scritto sulla pagina Kickstarter Bill Nye, amministratore delegato della Planetary Society sulla LightSail. "Immaginate: energia libera illimitata dall Sole fornirà ai CubeSat la propulsione e rivoluzionerà l'accesso allo spazio a basso costo per progetti dei cittadini come il nostro o a gruppi di studenti e docenti delle università," ha scritto Nye. "Questo significa che i veicoli spaziali, soprattutto quelli piccoli come i CubeSat, non dovranno trasportare combustibili pesanti in orbita, e che l'accelerazione sarà continua."

Nella missione di oggi, oltre a LightSail si trovavano altri nove nanosatelliti. AeroCube-8 che consiste in due CubeSat formati da 1,5 unità e costruiti dalla Aerospace Corporation per testare l'utilizzo dei nanotubi di carbonio nella realizzazione dei veicoli spaziali, nella protezione dalle radiazioni e studiare le tecnologie per la propulsione elettrica. Conosciuti anche come IMPACT, questi due satelliti sono identici e verranno rilasciati assieme da un singolo PPOD (Poly-Pico Orbital Deployers). Il BRICSat-P (Ballistically Reinforced Communication Satellite Propulsion Test Unit) dell'Accademia Navale degli Stati Uniti è un satellite CubeSat composto da 1,5 unità che verrà utilizzato per dimostrare l'utilizzo dei propulsori al plasma per il controllo di assetto e manovre orbitali. Nello stesso PPOD si trova il ParkinsonSat-A (PSAT-A), sempre dell'Accademia Navale che ospita esperimenti di comunicazione. Un altro CubeSat composto da tre unità è conosciuto come USS Langley, o Unix Space Server Langley. Questo satellite dovrebbe dimostrare la possibilità di utilizzare componenti commerciali che possano funzionare con servizi basati su Linux nello spazio. Questo satellite verrà connesso via internet alle stazioni di terra.

theplanetaryorg lightsail kick artist

'C'è un vecchio detto in ambito spaziale. Un test è meglio di cento opinioni di esperti.' Credit: The Planetary Society

Il Globalstar Experiment and Risk Reduction Satellite 2 (GEARRS-2) è un altro CubeSat da tre unità che tende a dimostrare l'utilizzo della costellazione di satelliti Globastar per l'invio di comandi e telemetria da piccole missioni satellitari. Questo segue il GEARRSAT rilasciato dalla ISS a marzo dopo esservi arrivato a bordo del cargo Dragon a settembre. Chiudono la lista tre OptiCubes, tre satelliti CubeSat ottici della California Polytechnic University (CalPoly) che serviranno per monitorare e calibrare obiettivi per lo studio dei piccoli satelliti e dei detriti orbitali.

La versione del razzo Atlas 5 (AV-054) lanciato oggi era la 501, ovvero un singolo stadio centrale (CCB - Common Core Booster) senza motori booster a propellente solido, un solo motore per lo stadio superiore Centaur e ogiva protettiva di cinque metri di diametro. I cinque lanci precedenti della versione 501 hanno portato in orbita le tre missioni X-37B e due satelliti per la ricognizione radar Topax per la National Reconnaissance Office.

Un'ora e mezza dopo il lancio la ULA ha confermato la regolare messa in orbita di X-37B e dei nano-satelliti. Ovviamente per l'X-37B non sono stati forniti i parametri orbitali ma grazie agli appassionati di astronauti è stata calcolata una quota fra i 300 e i 400 km con inclinazione di 39° sull'equatore.

Per ULA si è trattato del quinto lancio del 2015 e del 96esimo lancio di successo fin dalla formazione della compagnia, nel 2006.


Nuovi indizi sulla nascita del Sistema Solare dalla cometa Wild 2
A sinistra, tre frammenti della cometa Wild 2, conteneti cristalli, ripresi da un microscopio elettronico. A destra, la polvere fine della cometa ancora incorporata nell'aerogel.

Il nostro Sisteme Solare ed altri sistemi planetari sono nati da un disco di microscopiche particelle di polveri, gas e ghiaccio, orbitanti attorno al giovane Sole, dal quale si sono formati pianeti, lune e corpi minori.

La missione Stardust della NASA, lanciata nel 1999, inviò sulla Terra un prezioso carico il 15 gennaio 2006 nel deserto dello Utah.
Da allora, il Stardust Sample Return Canister fu trasportato e impiantato presso il Johnson Space Center per analisi successive.

All'interno del contenitore, un vassoio, grande come una racchetta da tennis, aveva catturato le particelle della cometa Wild 2 durante il flyby del 2004, in un aerogel di silicio, una struttura spugnosa e porosa formata per il 99.9% del suo volume da vuoto.
Sul lato opposto del vassoio, la sonda aveva raccolto, invece, le particelle di polvere interstellare catturate durante i suoi sette anni di viaggio e i quasi 5 miliardi di chilometri percorsi.

La cometa Wild 2 è nata oltre l'orbita di Nettuno ma nel 1974 fu spinta verso la Terra, dopo che la gravità Giove alterò la sua orbita.

All'inizio si pensava che Stardust avesse riportato indietro solo polvere primitiva e grani circumstellari. Tuttavia, lo scorso anno si scoprì che c'era molto di più, quando furono individuati sette rare microscopiche particelle di polvere interstellare che potrebbero avere avuto origine dall'esplosione di una supernova avvenuta milioni di anni fa.  In più, ora, in un recente studio pubblicato sulla rivista Geochimica et Cosmochimica Acta, Ogliore e colleghi hanno dimostrato che le particelle più grandi sembrano essere simili alle rocce presenti nei meteoriti primitivi chiamati condriti, rocce dotate della stessa composizione chimica dei planetesimi, cioè quei piccoli corpi freddi che si formarono nel Sistema Solare primordiale. La polvere più piccola, invece, ha mostrato le stesse composizioni isotopiche dell'ossigeno trovate negli oggetti dal Sistema Solare interno (dal Sole alla cintura di asteroidi tra Marte e Giove).

Oxygen Isotopic Composition of coarse- and fine-grained material from Comet 81P/Wild 2 [abstract]

Individual particles from comet 81P/Wild 2 collected by NASA’s Stardust mission vary in size from small sub-μm fragments found in the walls of the aerogel tracks, to large fragments up to tens of μm in size found towards the termini of tracks. The comet, in an orbit beyond Neptune since its formation, retains an intact a record of early-Solar-System processes that was compromised in asteroidal samples by heating and aqueous alteration. We measured the O isotopic composition of seven Stardust fragments larger than ∼2 μm extracted from five different Stardust aerogel tracks, and 63 particles smaller than ∼2 μ  m from the wall of a Stardust track. The larger particles show a relatively narrow range of O isotopic compositions that is consistent with 16O16O-poor phases commonly seen in meteorites. Many of the larger Stardust fragments studied so far have chondrule-like mineralogy which is consistent with formation in the inner Solar System. The fine-grained material shows a very broad range of O isotopic compositions (-70-70‰< Δ17OΔ17O<+60<+60‰) suggesting that Wild 2 fines are either primitive outer-nebula dust or a very diverse sampling of inner Solar System compositional reservoirs that accreted along with a large number of inner-Solar-System rocks to form comet Wild 2.

Le particelle raccolte dalla missione Stardust variano da frammenti sub-micron intrappolati nell'aerogel, fino a quelli grandi decine di micron depositati nella parte finale dei campioni.

"Così, ci siamo chiesti: la polvere a grana fine della cometa Wild 2 rappresenta un campione eterogeneo degli oggetti del Sistema Solare interno che sono stati trasportati dal Sistema Solare esterno, o è la materia prima del Sistema Solare primordiale?", ha detto Ogliore.
"Se il materiale a grana fine è arricchito in grani circumstellari e non impoverito in sostanze volatili, possiamo dire con certezza che siamo di fronte alla polvere del Sistema Solare primitivo", ha aggiunto.

Il team ha misurato la composizione isotopica dell'ossigeno (ossia, atomi appartenenti allo stesso elemento chimico che, pur mantenendo invariato il numero atomico, differiscono invece per il numero di massa) in 7 frammenti più grandi di 2 micron, estratti da cinque diverse tracce lasciate nell'aerogel e 63 particelle di dimensioni inferiori, provenienti dalla stessa traccia. I grani più grandi hanno mostrato un intervallo relativamente ristretto di variazioni isotopiche dell'ossigeno coerenti con quelle osservate nei meteoriti, in particolare i condriti. Le particelle più fini, invece, una gamma isotopica molto più ampia, suggerendo che potrebbero appartenere o alla nebulosa proto-planetaria, o ad un campione molto diversificato del Sistema Solare interno.

"Oggi, il nucleo della cometa è formato da piccole rocce e ghiaccio, separate da vuoti, che si sono formate a miliardi di chilometri di distanza", ha concluso Ogliore, "alcune rocce hanno subito altissime temperature ma il ghiaccio vicino è stato mantenuto intorno allo zero assoluto per miliardi di anni. E' incredibile come ogni piccolo granello abbia una storia affascinante da raccontare".

Press release:
- http://www.hawaii.edu/news/2015/05/13/comet-wild-2-a-window-into-the-birth-of-the-solar-system/