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Curiosity e Opportunity tornano a lavoro dopo la congiunzione
Curiosity MAHLI sol 1028 - una delle prime immagini trasmesse a Terra da Curiosity dopo la congiunzione (Immagine originale: https://flic.kr/p/vf2Yw7)

Curiosity ha trascorso le tre settimane di congiunzione a Maria's Pass, una valle dove si incontrano almeno due diversi tipi di terreno: un fango indurito chiaro, simile a quello visto a Pahrump Hills; l'altro formato da arenaria scura, chiamato "unità Stimson".
Qui, il team spera di trovare indizi sui cambiamenti delle antiche condizioni ambientali.

Curiosity - Maria's Pass mappa

Credit: NASA/JPL-Caltech/Univ. of Arizona / Phil Stooke, University of Western Ontario

Geologia di Marias Pass

In questa composizione, ripresa durante il sol 995 (25 maggio 2015), sono presenti entrambi i tipi di terreno: la parte chiara in primo piano, simile al materiale trovato a Pahrump Hills e quella più scura, in alto, che il team chiama "unità Stimson".
Credit: NASA/JPL-Caltech/MSSS

Il luogo è particolarmente interessante: la pietra arenaria ha grani di diverse forme e colori.
Su Marte, come sulla Terra, ogni roccia sedimentaria racconta la storia dell'ambiente in cui si è formata e modificata. Alcuni punti di contatto analizzati dal rover mostrano transizioni uniformi mentre altri, bruschi cambiamenti.

"Questo sito è esattamente quello che stavamo cercando e forse anche di più", ha commentato il Project Scientist Ashwin Vasavada.
"Proprio tra il fango indurito di tipo Pahrump e la pietra arenaria Stimson, sembra che via sia una sottile fascia a grana grossa diversa da entrambi".

Big Arm - MAHLI sol 999 (29 maggio 2015)

Big Arm target- MAHLI sol 999 (29 maggio 2015)
Credit: NASA/JPL-Caltech - Processing: Elisabetta Bonora & Marco Maccin / aliveuniverseimages.com

Big Arm anaglifo - MAHLI sol 1028

Un dettaglio di Big Arm (anaglifo) ripreso dopo la congiunzione - MAHLI sol 1028
Credit: NASA/JPL-Caltech - Processing: Elisabetta Bonora & Marco Maccin / aliveuniverseimages.com

"La rotondità di alcuni grani suggerisce che hanno viaggiato per lunghe distanze, ma altri sono spigolosi quindi forse arrivano da più vicino", ha detto Vasavada. "Alcuni grani sono scuri, altri molto più chiari, il che indica che la loro composizione è varia. I grani sono i più diversificati che abbiamo mai visto".

Il team ora sta indagando un target chiamato "Missoula" (il piccolo sperone in alto a sinistra nell'immagine qui sotto) e l'area circostante.

Target Minussola

Credit: NASA/JPL-Caltech

Minussola - MAHLI sol 1031

Minussola area- MAHLI sol 1031
Credit: NASA/JPL-Caltech - Processing: Credit: Elisabetta Bonora & Marco Faccin / aliveuniverseimages.com

L'idea è quella di trovare qualche grano abbastanza grosso da analizzare con il laser della ChemCam.
Qui sotto, un mosaico del MAHLI del sol 1032, del bersaglio "Snow Bowl".

Snow Bowl - MAHLI sol 1032

Snow Bowl - MAHLI sol 1032
Credit: NASA/JPL-Caltech - Processing: Credit: Elisabetta Bonora & Marco Faccin / aliveuniverseimages.com

Curiosity avrà molto lavoro da fare a Marias Pass e trascorrerà qui ancora diverse settimane.

 

Anche Opportunity ha dimostrato di essere in ottima forma dopo la congiunzione: le operazioni sono riprese durante il sol 4059 (25 giugno 2015).

Oppy si trova sul bordo ovest del grande cratere Endeavour, vicino al cratere Spirit of St. Louis, all'ingresso della Marathon Valley.

Opportunity - sol 4061 mappa

Credit: NASA/JPL-Caltech/Univ. of Arizona / Phil Stooke, University of Western Ontario

Il rover ha trascorso le tre settimane di blackout analizzando due bersagli dell'area chiamata "Red Zone".
Considerate tutte le frequenti amnesie, dovute ai problemi con la sua memoria flash, ossia di tipo "permanente" come quella usata nelle schede di memoria delle fotocamere o negli "Hard Disk a stato solido" (SSD), il team ha preferito lasciare attiva la sola memoria RAM durante la congiunzione, cioè quella "a breve termine", "volatile", che si cancella se viene tolta l'alimentazione. Perciò, in questi giorni, Opportunity ha trasmesso puntualmente i dati ad uno dei due orbiter della NASA, Mars Odyssey e Mars Reconnaissance Orbiter (MRO), ogni sera, prima di andare a dormire.

In base ai piani, Oppy proseguirà all'interno della Marathon Valley, alla ricerca di zone esposte sulla parete rivolta verso nord: durante l'inverno marziano, questo favorirà la migliore illuminazione per i pannelli solari.

 

Non perdete gli aggiornamenti sull'odometria dei rover di Marco Di Lorenzo:
- Curiosity odometry
- Opportunity odometry


Fuochi d'artificio cosmici nel 2018
Rappresentazione artistica della pulsar e del sistema binario in cui si trova (fotogrammi tratti dal video)

 La pulsar, conosciuta come PSR J2032+4127 (J2032 in breve), è il nucleo collassato di una stella massiccia che è esplosa come una supernova. Si tratta di una sfera magnetizzata circa 20 km di diametro e ha una massa 1.35 volte quella del Sole. La sua rapida rotazione (7 volte al secondo) e il forte campo magnetico insieme producono un doppio fascio di "radiazione sincrotrone" che, in analogia alla luce di un faro, diviene rilevabile quando spazza il nostro sistema solare. Gli astronomi scoprono la maggior parte delle pulsar attraverso le emissioni radio, ma in questo caso la scoperta è avvenuta grazie al Fermi Large Area Telescope (LAT) che ha rivelato gli impulsi di raggi gamma, all'estremo opposto dello spettro elettromagnetico.

 J2032 è stata trovata nel 2009 attraverso una cosiddetta "ricerca cieca" di dati LAT. Utilizzando questa tecnica, gli astronomi possono trovare le pulsar il cui fascio radio non può essere rilevato perchè non esattamente puntato nella nostra direzione. "Due dozzine di pulsar sono statie scoperte in questo modo nel primo anno, tra cui J2032," ha detto David Thompson, deputy project del progetto Fermi del Goddard Space Flight Center. "Quasi tutte queste pulsar non sarebbero state trovate senza Fermi". Una volta che sapevano esattamente dove andare a cercare, i radioastronomi di Jodrell Bank (presso l'Università di Manchester) l'hanno identificata e tenuta sotto controllo dal 2010 al 2014 e hanno notato qualcosa di strano. "Abbiamo rilevato strani variazioni sia nel ritmo di rotazione che nella velocità con cui la rotazione rallenta, comportamento che non abbiamo visto in qualsiasi altra pulsar isolata", ha detto Andrew Lyne, professore di fisica presso l'Università di Manchester. "In ultima analisi, ci siamo resi conto che queste peculiarità sono causate dal movimento intorno ad un'altra stella, rendendo questo il sistema binario contenente una pulsar con il più lungo periodo conosciuto." In effetti, il periodo di rivoluzione è stato stimato in 20-27 anni e la compagna, denominata MT91 213, è risultata essere una stella Be, un oggetto estremamente caldo con una massa 10-20 volte quella del Sole e 10.000 volte più luminoso. Le stelle Be stelle generano intensi venti stellari, e sono immerse in grandi dischi di gas e polveri.

 "Quando abbiamo scoperto questa pulsar nel 2009, abbiamo notato che era nella stessa posizione di questa massiccia stella nella  nella costellazione del Cigno, ma le nostre misure iniziali non ha dato alcuna prova che questa stella fosse un membro di un sistema binario", ha spiegato Paul Ray, un astrofisico presso il Naval Research Laboratory di Washington. "L'unico modo per aggirare il problema era ammettere che il sistema binario abbia un lunghissimo periodo orbitale, molto più lungo di qualsiasi sistema di questo tipo noto al momento". Uno studio del sistema guidato da Lyne e comprendente Ray e Stappers è stato pubblicato il 16 giugno sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.

 A causa di un' orbita molto allungata (l'eccentricità è pari a 0.94), ogni circa 25 anni la pulsar passa vicinissima al proprio partner; normalmente, è a circa 3 miliardi di km dalla sua compagna ma, nei primi mesi del 2018, la pulsar si avvicinerà a soli 180 milioni di km penetrando attraverso il disco circumstellare e innescando i "fuochi d'artificio" dovuti all'interazione energetica tra questa materia e gli intensi campi magnetico e gravitazionale della pulsar. Lo spettacolo servirà come sonda per aiutare gli astronomi a misurare la gravità della stella, il campo magnetico, il vento stellare e le proprietà del disco. Diverse caratteristiche si combinano per rendere questo un binario eccezionale: tra sei sistemi simili in cui la stella massiccia utilizza l'idrogeno come fonte di energia centrale, J2032 offre la massa combinata più grande, il più lungo periodo orbitale e, ad una distanza di circa 5.000 anni luce, è il più vicino alla Terra. "Questo preavviso dei fuochi d'artificio energetici attesi tra tre anni ci permette di preparare lo studio del sistema sull'intero spettro elettromagnetico con i più grandi telescopi", ha aggiunto Ben Stappers, professore di astrofisica presso l'Università di Manchester.

 Gli astronomi pensano che l'esplosione della una supernova che ha originato la pulsar 180000 anni fa sia stata anche la causa nella sua orbita eccentrica, arrivando fin quasi a distruggere il sistema binario di cui fa parte. Qui di seguito, un video spettacolare (e forse anche un pò troppo "hollywodiano") che preannuncia il fenomeno come fosse un "trailer".

{mp4}150703_1{/mp4}

Fonte: https://youtu.be/rxBR2gR5cys

 

Riferimenti:
- http://www.nasa.gov/feature/goddard/astronomers-predict-fireworks-from-rare-stellar-encounter-in-2018


Ma quanti anni ha Saturno?
Saturn W00089492-93-94 (red grn bl) - on September 12, 2014 (Immagine originale: https://flic.kr/p/oXwoPD)

"I modelli stimano correttamente Giove di 4,5 miliardi di anni ma Saturno sembrerebbe avere solo 2,5 miliardi di anni", spiega Thomas Mattsson del Sandia National Laboratories ad Albuquerque, in Nuovo Messico.

Z machine - Photo by Randy MontoyaLa Z machine (o macchina Z) il più grande generatore di raggi X del mondo, progettato per la sperimentazione sul comportamento dei materiali in condizioni estreme di temperatura e pressione, potrebbe aver risolto il mistero.

Nel 1935, Eugene Wigner e Hilliard Huntington avevano previsto che, sottoponendo un reticolo di molecole d'idrogeno ad enormi pressioni (circa 25 gigaPascal), i singoli atomi di idrogeno si spezzano, rilasciando elettroni liberi fluttuanti in grado di trasportare corrente. Ossia, a tali pressioni, avviene un cambiamento di fase della materia che trasforma l'idrogeno, un elemento elettricamente isolante, in idrogeno metallico.

Una intuizione che, secondo il ricercatore Mike Desjarlais dello Sandia, spiegherebbe la temperatura di Saturno perché quando l'idrogeno vulcanizza e si mescola con l'elio formando un liquido denso, può rilasciare una pioggia di elio che, a sua volta, rappresenta una fonte di energia in grado di alterare l'evoluzione di un pianeta.

"Essenzialmente, la pioggia di elio manterrebbe Saturno più caldo del previsto", ha detto Marcus Knudson, autore, insieme a Desjarlais, dell'articolo pubblicato il 26 giugno sulla rivista Science.

Direct observation of an abrupt insulator-to-metal transition in dense liquid deuterium [abstract]

Eighty years ago, it was proposed that solid hydrogen would become metallic at sufficiently high density. Despite numerous investigations, this transition has not yet been experimentally observed. More recently, there has been much interest in the analog of this predicted metallic transition in the dense liquid, due to its relevance to planetary science. Here, we show direct observation of an abrupt insulator-to-metal transition in dense liquid deuterium. Experimental determination of the location of this transition provides a much-needed benchmark for theory and may constrain the region of hydrogen-helium immiscibility and the boundary-layer pressure in standard models of the internal structure of gas-giant planets.

Questo processo, finora, non era mai stato osservato sperimentalmente.
Il team ha sfruttato quindi la capacità della Z machine di rilasciare impulsi elettrici di pochi sub-microsecondi, associati ad un campo magnetico. Questi sono stati usati per comprimere il deuterio, una variante più pesante dell'idrogeno, tramite una sorta d'onda d'urto a temperature relativamente basse (precedenti esperimenti avevano utilizzato cannoni a gas per ottenere l'effetto ma, aumentando la pressione, aumentava anche la temperatura oltre la gamma di interesse).

"Abbiamo iniziato a 20 gradi Kelvin [circa -253 gradi Celsius], dove l'idrogeno è liquido, mandando qualche scossa da un centinaio di kilobar per scaldare il liquido", ha spiegato Knudson. "Quindi abbiamo utilizzato il campo magnetico della Z per comprimere ulteriormente l'idrogeno, tenendolo proprio sopra la linea liquido-solido a circa 1.000 gradi Kelvin [circa 727 gradi Celsius]".

"Quando il liquido è stato compresso oltre 12 volte la sua densità di partenza, ha iniziato a diventare atomico piuttosto che molecolare", ha aggiunto Desjarlais.

La transizione, avvenuta a tre megabar, ora, dovrà essere inserita nei modelli astrofisici per confermare che è realmente responsabile per l'alterazione dell'età di Saturno. In ogni caso, la ricerca è riuscita a dimostrare, con osservazione diretta, che l'idrogeno può raggiungere la fase metallica, modificando le interazioni con l'elio


Via libera definitivo per New Horizons!
Le due facce di Plutone e Caronte riprese il 25 e 27 Giugno

 A meno di due settimane dal FlyBy e dopo sette settimane di ricerche approfondite per rivelare possibili nubi di polvere, anelli e altri potenziali pericoli, il team di New Horizons ha deciso che la sonda rimarrà sul suo percorso originale attraverso il sistema di Plutone. Come già spiegato in un precedente articolo, la sonda americana sta viaggiando a 49600 km orari e una particella piccolo come un chicco di riso potrebbe essere letale. "Stiamo tirando un sospiro di sollievo collettivo sapendo che la strada sembra essere sgombra", ha dichiarato Jim Green, Planetary Science director della NASA. "Il ritorno scientifico sarà più ricco raccogliendo dati sul percorso di volo ottimale, invece di dover condurre osservazioni da una delle traiettorie di riserva". Gli scienziati della missione hanno utilizzato più potente fotocamera telescopica LORRI e la eventuale decisione di deviare il corso originale per evitare pericoli seguendo traiettorie alternative, o "SHBOT" (Safe Haven by Other Trajectory), doveva essere presa questa settimana, dal momento che l'ultima data utile per effettuare una manovra correttiva (TCM) sarebbe stata il 4 luglio. "Non avere trovato nuove lune o anelli è stata un po' una sorpresa scientifica per la maggior parte di noi", ha detto il principal investigator Alan Stern del Southwest Research Institute (SwRI) di Boulder, Colorado, "Abbiamo presentato questi dati alla NASA per la revisione e ricevuto l'approvazione a procedere secondo i piani. Siamo 'go' sulla migliore delle traiettorie previste per incontrare Plutone".

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Immagine "differenza" con le annotazioni sulla destra - Credits: NASA/JHU-APL/SwRI

 La figura qui sopra mostra proprio il tipo di analisi condotta per rivelare possibili oggetti pericolosi sul cammino della sonda. Quella che si vede è la differenza tra due immagini riprese in momenti diversi (8:40 UTC e 10:25 UTC del 26 Giugno), da una distanza di 21.5 milioni di km. Ciascuna di queste due immagini era in realtà la somma di una serie di riprese fatte dalla camera LORRI con un tempo di esposizione lungo (10 secondi) in modo da avere la massima sensibilità; in tutto sono state utilizzate 48 esposizioni. Questa tecnica permette di rimuovere per sottrazione tutte le stelle fisse sullo sfondo ed evidenziare solo gli oggetti che si muovono o cambiano luminosità. Come si vede, il processamento mette bene in evidenza le quattro piccole lune conosciute (Nix, Hydra, Kerberos e Styx) come coppie di macchie bianche e nere, disallineate a causa del moto orbitale avvenuto nei 105 minuti che separano i due set di immagini. A parte alcune macchie attribuite a riflessi interni o difetti del sensore (due esempi sono evidenziati nella versione annotata a destra) non si notano altre coppie di macchie che possano indicare la presenza di altri oggetti in orbita attorno al sistema Plutone-Caronte. 

 Sempre ieri, sono state pubblicate due nuove immagini che combinano le riprese bianco-nero LORRI ad alta risoluzione con quelle a colori di Ralph/MVIC (per una descrizione più dettagliata dei due strumenti si rimanda ad un articolo precedente). Le riprese, proposte in apertura di articolo e, qui sotto, nella versione "annotata", risalgono al 25 e 27 Giugno rispettivamente e ritraggono due emisferi opposti dei due corpi (si tenga presente che il periodo di rotazone/rivoluzione di entrambi è 6.4 giorni); in particolare, l'immagine a sinistra mostra l'emisfero verrà ripreso in alta risoluzione durante il FlyBy del 14 e, come si vede, la struttura dominante è una estesa regione scura e allungata nei pressi dell'equatore (posto in basso). "E 'un vero e proprio puzzle", ha dichiarato Alan Stern "non sappiamo cosa le macchie sono, e non vediamo l'ora di scoprirlo. Inoltre sconcertante è la differenza, nota da tempo, nell'aspetto e nel colore rispetto al compagno Caronte, più scuro e più grigio Caronte" il quale mostra invece una macchia scura presso il polo nord.

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Credit: NASA/Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory/Southwest Research Institute

  Per concludere, una buona notizia è arrivata in settimana grazie ad osservazioni fatte dal telescopio stratosferico SOFIA della NASA, installato a bordo di un aereo modificato. Le misurazioni, fatte nell'infrarosso, hanno confermato che "l'atmosfera di Plutone è viva e vegeta, e non si è congelata in superficie" ha dichiarato Leslie Young del Southwest Research Institute, Boulder "Siamo felici!". In effetti, Plutone si sta allontanando dal Sole e da tempo gli scienziati planetari hanno temuto che, poco prima che New Horizons arrivasse a Plutone, la sua atmosfera sarebbe scomparsa letteralmente congelando sulla superficie, prima che potesse essere esplorata. "Le osservazioni SOFIA saranno anche fondamentali per collegare gli studi a terra ai risultati dall'incontro di New Horizons per i decenni a venire", ha detto Cathy Olkin, co-investigatore della missione.

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Il "telescopio volante" SOFIA in azione - Image credit: NASA/Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory/Southwest Research Institute

 

Riferimenti:
- http://pluto.jhuapl.edu/News-Center/News-Article.php?page=20150701-2
- http://www.nasa.gov/press-release/nasa-s-new-horizons-spacecraft-stays-the-course-to-pluto


Cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko: l'attività viene dai pozzi
ESA Rosetta #CometWatch 15 giugno 2015

Large heterogeneities in comet 67P as revealed by active pits from sinkhole collapse [abstract]

Pits have been observed on many cometary nuclei mapped by spacecraft. It has been argued that cometary pits are a signature of endogenic activity, rather than impact craters such as those on planetary and asteroid surfaces. Impact experiments and models cannot reproduce the shapes of most of the observed cometary pits, and the predicted collision rates imply that few of the pits are related to impacts. Alternative mechanisms like explosive activity have been suggested, but the driving process remains unknown. Here we report that pits on comet 67P/Churyumov–Gerasimenko are active, and probably created by a sinkhole process, possibly accompanied by outbursts. We argue that after formation, pits expand slowly in diameter, owing to sublimation-driven retreat of the walls. Therefore, pits characterize how eroded the surface is: a fresh cometary surface will have a ragged structure with many pits, while an evolved surface will look smoother. The size and spatial distribution of pits imply that large heterogeneities exist in the physical, structural or compositional properties of the first few hundred metres below the current nucleus surface.

Ormai Rosetta sta osservando la cometa da oltre un anno. Quando la sonda si è avvicinata a soli 10/30 chilometri dal centro della cometa tra settembre ed ottobre 2014, le foto ad alta risoluzione di OSIRIS hanno mostrato che, almeno una buona parte dei getti, proveniva da punti specifici della superficie. Un dettaglio che non era mai stato osservato prima.

Jean-Baptiste Vincent del Max Planck Institute for Solar System Research, ed il suo team, ha individuato 18 fosse quasi circolari nell'emisfero nord del nucleo, alcune delle quali sono fonte di attività continua. Questi pozzi hanno un diametro che va da poche decine a centinaia di metri ed arrivano fino a 210 metri di profondità.

"Vediamo getti arrivare dalle fratture presenti sulle pareti interne dei buchi", ha detto Jean-Baptiste nel report pubblicato sul blog di missione. "Ciò significa che ci sono materiali volatili intrappolati sotto la superficie che possono essere riscaldati più facilmente e fuggire nello spazio".

Gli scienziati ritengono che questi pozzi si formano quando il soffitto delle cavità diventa troppo sottile per sostenere il suo stesso peso, crollando. Così l'interno fratturato della cometa rimane esposto e il materiale inizia a sublimare, continuando ad erodere la fossa.

"Anche se pensiamo che il crollo che produce la buca sia improvviso, la fossa potrebbe crescere per lunghi periodi", ha aggiunto il co-autore della ricerca, Sebastien Besse, del'ESTEC dell'ESA in Olanda.

Un'ipotesi è che i pozzi siano sempre esistiti, da quando la cometa si è formata, generati da collisioni a bassa velocità con blocchi elementari grandi decine o centinaia di metri. Il crollo del tetto sopra ai vuoti sarebbe avvenuto, invece, nel corso del tempo per indebolimento della superficie, per sublimazione o per scosse sismiche dovute ad altri impatti. Un'altra possibilità è legata alla sublimazione di sacche di sostanze volatili ghiacciate, come l'anidride carbonica o il monossido di carbonio, riscaldate dal calore del Sole penetrato attraverso il sottile strato di polvere superficiale. In alternativa, la sublimazione potrebbe essere guidata dall'energia liberata dal ghiaccio d'acqua quando cambia il suo stato fisico da amorfo a cristallino.
Dato che i pozzi non sono stati osservati ovunque, le ultime due teorie suggeriscono che la distribuzione del ghiaccio all'interno della cometa dovrebbe essere irregolare.

Possibile processo di formazione dei pozzi sulla cometa 67P

Possibile processo di formazione dei pozzi sulla cometa 67P.
Da sinistra a destra, il calore provoca la sublimazione dei ghiacci e la formazione di una cavità; quando il soffitto diventa troppo debole per sostenere il peso, crolla; i materiali appena esposti iniziano a sublimare.
Copyright ESA/Rosetta/J-B Vincent et al (2015)

Ma "indipendentemente dai processi che creano le cavità, queste caratteristiche stanno mostrando che ci sono grandi differenze strutturali e / o di composizione entro le prime poche centinaia di metri di superficie della cometa e grazie a questi pozzi, stiamo osservando materiali relativamente grezzi che altrimenti non sarebbero visibili", ha aggiunto Sebastien.

Ogni fossa, poi, sembra un caso a sé e mostra diverse caratteristiche interne.

"Pensiamo di poter utilizzare i pozzi per caratterizzare l'età relativa della superficie della cometa: più pozzi ci sono in una regione e più la superficie è giovane", ha spiegato Jean-Baptiste, mentre un certo numero di passaggi vicino al Sole renderebbero il nucleo liscio ed omogeneo.
"Questo è confermato osservando l'emisfero meridionale, dove non ci sono fosse, che riceve molta più luce dell'emisfero settentrionale e perciò è maggiormente trasformato".

Le buche attive sono più ripide e scoscese, mentre quelle meno profonde, che ora non emettono alcun getto e si stanno riempiendo di polveri, dovrebbero indicare regioni attive in passato.
Tuttavia, "pensiamo che la maggior parte dei pozzi attivi risale a diverse orbite fa intorno al Sole, altrimenti avremmo visto una serie di esplosioni al momento del crollo", ha osservato Sebastien.

Una testimonianza del processo, però, potrebbe essere lo sfogo ripreso da Rosetta ad aprile 2014, che si pensa abbia generato dai 1.000 ai 100.000 chilogrammi di materiale.

"Siamo molto interessati di scoprire come questi pozzi attivi si evolveranno e forse potremo anche osservare la formazione di una nuova fossa" ha aggiunto Matt Taylor, scienziato della missione.
"E con la proroga della missione fino a settembre 2016, saremo in grado di svelare come funzionano le comete nel miglior modo possibile".

 

Ora Rosetta sta cercando di ottimizzare le sue orbite intorno alla cometa per stabile un collegamento affidabile con Philae che si è risvegliato a sorpresa il 14 giugno tra l'entusiasmo generale di scienziati e fan.

In apertura, una nostra elaborazione artistica dell'immagine della rubrica #CometWatch del 15 giugno 2015. L'originale è disponibile sul nostro album di Flckr.